I film ispirati ai libri News — 19 febbraio 2013

C’era una volta il 1916, e un giovane medico russo fresco di laurea spedito a dirigere un piccolo ospedale di campagna. “C’era una volta”, anche se questo non è l’incipit di una favola. In effetti, è l’inizio di una storia vera, destinata tuttavia a durare poco: quattro anni più tardi, nel 1920, quel giovane medico appenderà definitivamente il camice al chiodo per intraprendere una carriera diametralmente opposta che lo porterà a diventare – ma solo dopo la sua prematura scomparsa – uno tra i più rappresentativi romanzieri del Novecento. Stiamo parlando di Michail Bulgakov, che tutti conoscono grazie al suo capolavoro Il maestro e Margherita ma di cui i più ignorano la breve parentesi scientifica. Parentesi che, nonostante tutto, ha lasciato il segno: quand’era in vita, infatti, Bulgakov era famoso per i suoi Appunti di un giovane medico, una raccolta di nove racconti autobiografici pubblicati tra il 1925 e il 1926 sulla rivista Medicinskij Rabotnik – e per la prima volta in un unico volume nel 1963 – nei quali l’autore russo ripercorre, non senza la sua tipica vena ironica, le difficoltà dei primi anni della professione.

Gli Appunti sono nati tra il 1917 e il 1919 e buona parte dei racconti si riferisce ad avvenimenti del 1916, periodo che Bulgakov trascorse a Nikol’skoe come direttore dell’ospedale locale; nonostante i personaggi siano gli stessi, le storie appaiono slegate tra loro e sistemate in un ordine cronologico casuale. Il protagonista e narratore è Vladimi Bomgard – alter ego di Bulgakov – neolaureato abituato al benessere della capitale e costretto, invece, a fare i conti con la vita ruspante e l’isolamento della campagna, con la diffidenza dei suoi sottoposti (le ostetriche Anna e Pelageja e l’infermiere Dem’jan Lukic, nonché il custode Egoryc e la moglie, la domestica Aksin’ja) intenti a venerare la figura del suo compianto predecessore Leopol’d Leopol’dovic e con la retrograda mentalità dei contadini, dubbiosi delle capacità del giovane e convinti di poter curare con metodi casalinghi ogni sorta di malanno. Improbabili dialoghi con la propria coscienza, episodi grotteschi cui suo malgrado si trova protagonista il povero neofita Bomgard e lo stile sardonico di Bulgakov: il libro – appassionante e divertente – è fatto.

Alcuni degli aneddoti degli Appunti sono recentemente diventati una miniserie made in Britain in quattro puntate, di poco più di venti minuti ciascuna, che ha debuttato sul canale Sky Arts lo scorso dicembre. La storia inizia nella Mosca del 1934: La Čeka sta ispezionando lo studio medico di Bomgard che, nel disordine creato dagli agenti, ritrova alcuni vecchi taccuini di appunti scritti in gioventù; inizia così un comico siparietto nel quale il Bomgard del 1934 rivive i propri maldestri inizi e interagisce con il se stesso del 1917, un imbranato che mette in pratica la laurea in medicina operando in un piccolo ospedale di provincia.

A Young Doctor’s Notebook, questo il titolo della miniserie, è una vera sorpresa, a cominciare dagli attori: un eccezionale John Hamm (il Don Draper di Mad Men, interpretazione per la quale ha vinto un Golden Globe nel 2007) nei panni di un Bomgard adulto e, nelle vesti dell’inesperto dottorino, un Daniel Radcliff in versione comico-grottesca che, dismessa la divisa di Hogwarts, è una vera rivelazione del genere umoristico. Alla percepibile alchimia tra i due si aggiungono i personaggi secondari così ben tratteggiati da abbandonare il ruolo di semplici “spalle” per diventare indimenticabili quasi quanto i protagonisti, un umorismo surreale – molto british, a dire il vero – creato dall’escamotage dello “sdoppiamento” di Bomgard, bilanciato con una giusta dose di drammaticità (quello che ci viene presentato è in realtà un Bomgard stanco e malato, che ha sviluppato una dipendenza dalla morfina e vorrebbe tornare indietro nel tempo per impedire al se stesso di qualche anno prima di commettere lo stesso errore) e qualche elemento splatter che tiene lo spettatore sulle spine.

Unico difetto della serie, la brevità. Un peccato, perchè a risentirne è la parabola discendente del giovane Bomgard, sviluppata forse troppo velocemente, e anche l’aspettativa di noi telespettatori: di un prodotto di tale qualità avremmo voluto goderne ancora per un po’.

Laura Perina

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