Archivio film Cinema News — 09 Giugno 2020

Un uomo guarda silente e immobile lo scorrere della pioggia dietro i vetri(inquadrato con camera fissa per diversi minuti). Quell’uomo è Lee Kang-Sheng interprete feticcio di Tsai Ming-Liang, autore di un cinema schivo e pulsionale, ermetico e profondissimo.

Da sempre il corpo dolente di Kang-Sheng si fa espressione di un disagio esistenziale, forma tangibile per un racconto composto da fratture fisico-sentimentali.

Un volto, un corpo, un attore protagonista di un’intera filmografia nella quale si consuma l’estasi dell’osservazione privata, il febbricitante desiderio di amare ed essere amati oltre il buco di un’esistenza solitaria e larvale.

Ming-Liang resta ancora oggi uno dei massimi e più lucidi narratori di cinema, in cui il racconto è ridotto a mise en scène minimalista fatta di silenzi, sguardi, attimi e attese, confermandosi cineasta abissalmente lontano da scelte mainstream appetibili per il grosso pubblico.

L’autore di Vive l’amour torna a raccontare lo sfiorarsi di esistenze, riducendo ulteriormente l’azione e amplificandone i silenzi e i vuoti narrativi.

Days è un film privo di dialoghi, composto da lunghe sequenze congelate dalla fissità della macchina da presa che solo a volte si muove, quasi impercettibilmente, in piani sequenza disadorni, contrappuntati da suoni e rumori in presa diretta.

La lentezza quasi esasperante dei suoi quadri squallidamente poetici non è più consciamente in grado di donarci colorate schegge musical(The Hole – il buco, Il gusto dell’anguria, Visage), ma solamente la disperazione di corpi stremati e sudati pronti a donare la propria nudità per un breve e tenero amplesso.

Due personaggi persi nel vuoto di due città(Taipei e Bangkok), chiusi nel silenzio individualista di una vita inerte, si incontrano, si toccano, si amano e si lasciano.

Ming-Liang porta alle estreme conseguenze i propri frammenti di discorso amoroso, dopo l’affresco-sociale Stray Dogs, mettendo in scena un racconto di fiction con incedere quasi documentaristico.

Il lavaggio ossessivo della verdura sul pavimento del bagno e le ripetute abluzioni assurgono l’acqua a elemento di purificazione, sempre presente nel suo cinema come la malattia, la quale testimonia invece una condizione sociale. In Days questi elementi diventano prolungati segmenti di una scrupolosa documentazione umana, quasi alla Wiseman, per poi flettersi in un finale tragicamente sentimentale.

Voto: 9

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *