Cinema News — 20 settembre 2013

James Wan, regista malese trapiantato negli USA e celebre soprattutto per i suoi horror (Saw, Insidious, The Conjuring, Dead silence), dimostra con Death sentence (2007) di saperci fare anche in altri generi. Ispirato a un romanzo di Brian Garfield (lo stesso autore di Death wish, da cui fu tratto Il giustiziere della notte), il film di Wan è uno spietato e amaro connubio fra noir e revenge-movie, con alcuni momenti sanguinari in cui traspare il tocco horror del regista. Nick Hume (Kevin Bacon) è un manager di successo, con una splendida moglie e due figli che adora: la sua vita diventa però un inferno quando il più grande viene ucciso da un delinquente per un “omicidio d’iniziazione” nella banda. Dopo aver saputo che la legge non potrà condannarlo all’ergastolo, decide di farsi giustizia da solo uccidendo l’assassino: innesca così una spirale di sangue che coinvolgerà anche gli altri membri della famiglia e lo costringerà a imbracciare le armi. La vicenda ha dunque vari punti in comune col film di Michael Winner, ma al contempo se ne distanzia: il protagonista (uno straordinario Kevin Bacon, sofferente e iracondo) è molto diverso dal granitico Charles Bronson, per il quale uccidere diventa quasi un piacere, e si avvicina di più ad altri “giustizieri” dalla psicologia complessa (come il Dustin Hoffmann di Cane di paglia o l’Alberto Sordi di Un borghese piccolo piccolo).

Death sentence si inserisce dunque nel filone dei “cittadini che si ribellano”, ponendo in maniera cruda il sempiterno e irrisolvibile conflitto fra giustizia, legge e vendetta; tra gli esempi più mirabili e amari del genere, non concede sconti o assoluzioni a nessuno: né per i criminali naturalmente, ma neanche per il giustiziere e la sua “filosofia”, che conduce inevitabilmente ad altra violenza. Più che sul sistema giudiziario americano, Wan si concentra molto sulla psicologia dei personaggi e sulle robuste scene d’azione. Bacon, dai lineamenti espressivi duri e scavati, è grandioso nella sua sofferta trasformazione da uomo qualunque a crudele giustiziere, ma anche i delinquenti sono tratteggiati in modo tutt’altro che banale: non la solita banda di rapinatori, ma una sorta di “fratellanza di sangue” con tanto di riti iniziatici.

Death sentence è anche un ottimo film d’azione, con sequenze dirette in maniera adrenalinica, alternando un montaggio frenetico a vertiginosi piani sequenza: ricordiamo il lunghissimo inseguimento tra Bacon e i malviventi (dalla strada fino al parcheggio sul tetto), la sparatoria in casa, fino all’irruzione del giustiziere nel covo della banda. La violenza, sempre realistica, feroce e disperata, è una costante di tutto il film: nella prima parte dominano i violenti scontri corpo a corpo, in cui si lotta a mani nude oppure con coltelli e mazze da baseball; nella resa dei conti finale sono invece le armi da fuoco a farla da padrone (memorabile Bacon armato in stile Rambo con tre pistole di grosso calibro e una doppietta). Wan si confronta dunque in maniera eccellente con un genere fuori dai suoi canoni, narrando la vicenda con mano sicura e sbizzarrendosi nelle inquadrature (fra immagini oblique, riprese dall’alto, steady-cam che ruotano attorno al protagonista e lunghi piani sequenza). Efficace anche la colonna sonora, che alterna brani ritmati nelle scene d’azione e canzoni malinconiche nei momenti tristi e introspettivi.


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