Cinema News — 13 maggio 2014

Titolo originale: Devil’s Knot
Regia: Atom Egoyan
Sceneggiatura: Paul Harris Boardman, Scott Derrickson
Fotografia: Paul Sarossy
Montaggio: Susan Shipton
Scenografia: Philip Barker
Musiche: Mychael Danna
Cast: Reese Witherspoom, Colin Firth, Dane Dehaan, James Hamrick, Seth Meriwether
Produzione: Worldview Entertainment
Distribuzione: Notorious Pictures
Nazionalità: USA
Anno: 2013
Durata: 114 minuti

West Memphis, anni Novanta. In un pomeriggio assolato e tranquillo tre bambini escono a giocare in bicicletta e si avventurano in una zona boscosa chiamata “la tana del diavolo”. Non faranno mai più ritorno a casa: i loro corpi verranno ritrovati, senza vestiti e con braccia e gambe legate, nelle acque fangose di una piccola palude stretta tra gli alberi fitti e alti, poco distante dalle loro abitazioni.
Se da una parte, al principio, la comunità intera sconvolta dalla tragedia si mobilita per cercare l’assassino, dall’altra la polizia conduce indagini incredibilmente sommarie, arrivando perfino a ignorare o disperdere prove determinanti. Sembra che in breve tutti quanti – i cittadini, le forze dell’ordine, perfino il giudice e la giuria di un assurdo, allucinante processo-farsa – preferiscano pacificare le coscienze e incanalare il rancore verso un comodo capro espiatorio (tre ragazzi amanti del metal e dell’occultismo) piuttosto che scavare a fondo nel torbido per cercare il mostro tra i bravi, ubbidienti cristiani della comunità, i coscienziosi padri di famiglia e gli insospettabili vicini.
I tre ragazzi accusati – uno dei quali segnato da un evidente ritardo mentale – sono degli outsider, delle prede facili, dei bersagli perfetti per una comunità che vive immersa nel perbenismo e nell’ipocrisia e vuole leggere nel loro abbigliamento, nella musica che ascoltano e nel loro atteggiamento una minaccia e un pericolo. La verità è che i tre accusati (e condannati praticamente senza prove) sono abbandonati a loro stessi, senza nessuno che li sostenga, provengono da situazioni di degrado e soprattutto non hanno il denaro necessario a pagare gli avvocati. Sono, insomma, delle vittime sacrificali designate come tali da una comunità impazzita che agisce – e questo sgomenta – in modo pienamente legale.

Il film racconta quindi un doppio crimine: il secondo dei due viene messo in atto in ultimo da coloro che avrebbero dovuto garantire giustizia alle vittime del primo. La vicenda appare ancora più sconvolgente e sconcertante se si pensa che non si tratta di una invenzione narrativa e cinematografica ma di un fatto di cronaca piuttosto noto, raccontato peraltro in ben quattro documentari, l’ultimo dei quali – West of Memphis, 2012 – è stato prodotto da Peter Jackson.
Il regista Atom Egoyan confeziona un legal-thriller efficace e solido, non banale, tutto intriso da una peculiare cupezza che emana – sottile, costante – perfino dalle semplici scene diurne del bosco, da sempre topos del mistero e del pericolo. Il fuori campo si satura di un’inquietudine densa e pesante che preme ai bordi delle inquadrature, e si condensa nelle immagini dei corpi dei bambini – inermi, pallidi – che affiorano dall’acqua torbida, in una sequenza che è insieme composta, a suo modo pudica, e tuttavia terribilmente incisiva, emblematica e rivelatrice di un orrore tanto profondo da apparire incomprensibile e indicibile.
In queste atmosfere cariche di tensione e apprensione, solo un personaggio cerca, con tenacia e determinazione, di rischiarare le tenebre: l’investigatore Ron Lax – interpretato da un eccellente Colin Firth – l’unico che si espone senza timori schierandosi in difesa degli accusati, nei quali vede chiaramente delle nuove vittime, non di un singolo individuo deviato, folle e crudele (come era accaduto ai tre bambini) ma di una comunità intera, che agisce con una violenza meno esplicita e brutale ma altrettanto cieca e devastante.

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