Archivio film Cinema Netflix News — 17 Febbraio 2020

Titolo originale: Uncut Gems

Regia: Benny e Josh Safdie

Genere: Thriller

Sceneggiatura: Ronald Brenstein, Benny e John Safdie

Fotografia: Darius Khondji

Cast: Adam Sandler, Lakeith Stanfield, Idina Menzel, Judd Hirsch, Eric Bogosian, Pom Klementieff, Robbie DeRaffaele. 

Produzione: Sebastian Bear-McClard, Oscar Boyson, Scott Rudin, Martin Scorsese, Emma Tillinger Koskoff, Michael Bartol, Eli Bush, Catherine Farrell, Jacob Jaffke, Anthony Katagas, David Koplan.

Nazionalità: USA

Anno: 2019

Durata: 135 minuti

Ci sono almeno due modi con cui il cinema hollywoodiano contemporaneo racconta le falle e le contraddizioni del capitalismo: da un lato, quello ironico e didascalico di Adam McKay (La grande scommessa) e Steven Soderbergh (Panama Papers), intento a spiegare dettagliatamente i meccanismi e i raggiri delle società finanziarie, dall’altro quello di Martin Scorsese e del suo The Wolf of Wall Street, più impegnato a mostrare lo “spirito” e la “cultura” che animano il sistema piuttosto che a svelarne i singoli funzionamenti. Appartiene alla seconda categoria anche Diamanti grezzi dei fratelli Safdie, opera che infatti vede tra i suoi produttori proprio Martin Scorsese.

Qui il protagonista è Howard Ratner, un gioielliere che acquisisce una pietra di diamanti che spera di far sfruttare al massimo mettendola all’asta. Un affare che permetterebbe all’uomo di pagare un grosso debito a degli usurai che lo perseguitano in modo sempre più costante e violento. Peccato che Howard sia un incallito giocatore d’azzardo che cerca sempre di alzare la posta e che non si accontenta mai della somma ottenuta, rischiando così di perdere tutto: soldi, salute e affetti. Tutti elementi che rendono l’esistenza del protagonista (interpretato benissimo da Adam Sandler) l’emblema stesso della fallacia del capitalismo e del sogno americano, incentrati appunto sulla sfrenata (e mortale) rincorsa al dollaro e sulla ricerca di una felicità materiale tanto precaria quanto illusoria.

La sopra citata riflessione sul sistema capitalista emerge anche tramite il ritmo del film, volutamente frenetico e adrenalinico: un andamento dato dal continuo parlare e muoversi del protagonista, da una regia che sta costantemente addosso al personaggio centrale, dalla cadenza convulsa del montaggio e da un sonoro appositamente “caotico” che contrappone – secondo la lezione “altmaniana” – una moltitudine di voci, musiche e rumori.

Scelte stilistiche tese a rappresentare non solo un modello di vita che non conosce né pause né rallentamenti, ma anche una “macchina”, quella invisibile del capitale, che inghiotte e schiaccia l’essere umano nel turbolento flusso ottenuto dai suoi ingranaggi materiali e ideologici.

Gli elementi linguistici prima elencati confermano inoltre la carica adrenalinica del cinema dei fratelli Safdie, già presente nel notevole Good Time. Ma se nel titolo precedente, la velocità del ritmo risultava a tratti eccessiva e un po’ fine a se stessa, nell’opera in questione è invece sempre ben calcolata e giustificata tanto dal racconto quanto dai suoi contenuti.

E in comune con il film del 2017, qui vi è anche la capacità di ritrarre New York, vista come una metropoli frenetica e crudele, con la differenza che quella di Good Time era sporca e sottoproletaria, mentre quella di Uncut Gems risulta perlopiù lussuosa e luccicante.

Ed è proprio nel loro attaccamento ai personaggi e alle strade della megalopoli che i due autori mostrano il loro vero talento, più che nelle estetizzanti virate visive verso lo spazio, qui presenti in un paio d’occasioni, in quella che forse è l’unica pecca di uno dei film che meglio rappresentano l’anima convulsa della nostra contemporaneità.

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