Archivio film Cinema News — 11 gennaio 2014

Titolo: Dietro i candelabri
Regia: Steven Soderbergh
Soggetto: Tratto dal romanzo “Behind the candelabra: my life with Liberace” di Scott Thorson e Alex Thorleifson
Sceneggiatura: Richard LaGravenese
Cast: Michael Douglas, Matt Damon, Dan Aykroyd, Scott Bakula, Rob Lowe, Debbie Reynolds
Fotografia: Peter Andrews
Montaggio: Mary Ann Bernard
Scenografia: Alan MacDonald
Costumi: Ellen Mirojnick
Musiche: Marvin Hamlisch
Produzione: HBO, Entertainment One
Distribuzione: 01 distribution
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 118 minuti

Soderbergh tira fuori dal cassetto della Storia un grande personaggio della seconda metà del secolo scorso, rispolverandolo (insieme a tutti i lustrini e le paillette che costui vestiva abitualmente) e portandolo alla nostra attenzione. Liberace è il nome d’arte di un appariscente personaggio dello showbiz americano, nato come pianista e poi evolutosi in qualcosa di mai visto prima (all’epoca): dalla fine degli anni Quaranta la sua stella comincia una tranquilla salita – mai interrotta – che lo porterà nell’olimpo hollywoodiano dove si spegnerà (prematuramente) nel 1987. Il film si concentra sugli ultimi dieci anni di vita, quelli caratterizzati dalla relazione tra la celebrità (Michael Douglas) e un giovane (Matt Damon) durata 5 anni, dalla fine della medesima e dall’AIDS che coglierà di sorpresa il povero pianista. L’opera viene sapientemente creata da un regista che può dirsi già navigato e che quindi non può cadere in errori banali e grossolani: infatti la storia scorre senza imperfezioni e ci regala un assaggio di ciò che era la celebrità a cavallo degli anni ’80. I film biografici (et similia) – a mio avviso – vengono molto spesso sopraffatti dalla forza della storia che raccontano: io sono convinto che “A beautiful mind”, “The social network” o “Rush” siano apprezzati quello che sono più per la storia raccontata che non per il valore del film. Non è questo il caso di Dietro i candelabri: la storia è sicuramente affascinante, ma si può anche sentire l’importanza del film come veicolo. Il regista sceglie attori altrettanto importanti per ruoli non facili: Matt tanto quanto deve metterci solo il fisico, ma la vera sfida è tutta per Michael che (alla sua veneranda età) si ritrova a dover fare qualcosa di mai fatto prima. La checca. E bisogna ammettere che sia proprio un attore di un altro mondo perchè riesce egregiamente nell’impersonare l’estroverso pianista Liberace, a cui piace divertire e divertirsi. Certo, a uno come me che lo ha sempre preso come un esempio di vita (potere, soldi, donne), fa un po’ male vederlo desideroso del possente fisico del giovane Matt: Soderbergh non risparmia scena di intimità tra i due, siate avvisati. Si sorride, si ride, si storce un po’ il naso e ci si rende conto di cosa fosse l’omosessualità per le celebrità dell’epoca. Un uomo che ha curato maniacalmente la propria immagine e che era costretto a nascondere la sua natura, visto che i tempi non erano ancora maturi per accogliere la diversità sulle vetrine internazionali della televisione, della radio e del cinema. Ma, contemporaneamente, la diffusione del virus dell’HIV (allora sottovalutato e le cui dinamiche erano sconosciute) nella comunità omosessuale e tra le persone “normali” che gli è stata fatale (infatti, fino alla morte del celeberrimo attore Rock Hudson nel 1985, tutti pensavano che questa malattia fosse prerogativa dell’infima categoria sociale o della feccia umana). Un film, dunque, con un suo valore che, se a volte può sembrare inappropriato per scene un po’ spinte (quasi tarantiniane) è una gioia degli occhi per la sua estetica; inoltre, il mondo omosessuale, si sa, è popolato da personaggi alquanto bizzarri che un sorriso lo strappano sempre. Il filnale adotta una coreografia da palcoscenico fedele all’originale magnificenza degli spettacoli di Liberace. Unica pecca tecnica: la canzone finale è stata lasciata in lingua originale, ma è stata comunque ridoppiata con la voce italiana: una scelta bizzarra che – secondo me – ha rovinato la melodia.

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