Archivio film Cinema News — 07 Dicembre 2015

Titolo originale: Le tout nouveau testament

Regia: Jaco Van Dormael
Soggetto e sceneggiatura:Thomas Gunzig e Jaco Van Dormael
Montaggio: Hervé de Luze
Fotografia: Cristophe Beaucarne

Musica: An Pierlè

Scenografia: Pascalle Willame

Cast: Benoit Poelvoorde, Catherine Deneuve, Pili Groyne, Francois Damiens, Yolande Moreau.

Nazionalità: Belgio
Anno: 2015
Durata: 113 min.

Dio (Benoit Poelvoorde) risiede a Bruxelles ed è alcolista, cinico, trasandato come l’Onnipotente di Groucho Marx in “Skidoo” e  sottopone moglie e la figlia Ea a sevizie fisiche e psicologiche, senza contare che dispensa all’umanità “un pò di gioia e molto dolore”, come ci informa la voce over della ragazza. L’altro figlio ovvero il Messia (qua ribattezzato JC) è una bella statuina che istiga la sorella alla ribellione. Ma la sua dittatura è destinata a collassare, quando la figlia per vendicarsi delle angherie subite, manda a ogni membro del genere umano  dal computer del creatore un sms con la data della dipartita e fugge attraverso una lavatrice nel mondo reale, per radunare attorno a sè degli apostoli.Il padreterno si getta al suo inseguimento…

Che cos’hanno in comune  registi come Michel Gondry, JeanPierre Jeunet e Jaco Van Dormael? Oltre a provenire tutti dalla regione francese come i colleghi/epigoni, fin dal clamoroso esordio di “Toto le héros – Un eroe di fine millennio” (1991) il belga van Dormael ha fatto materia pop dei giochi del caso: destini ciechi e doppie vite, narrazioni ad incastro,inclusi gli andirivieni temporali. Qua riprende gli stilemi del passato suscitando ammirazione non solo per l’impalcatura virtuosa e per il barocchismo della messa in scena, ma per come spinge la sua visione paradossale dell’esistere verso un registro iconoclasta, che non risparmia l’amore, la morte, la religiosità e l’apocalisse. Il regista lavora su aree semantiche ristrette fino al simbolismo elementare, parodistico (v. l’aereo che nel pre-finale sta per abbattersi sulla folla e la carità cristiana),  iperconsapevole per raccontare i rivoli contradditori dei destini incrociati, in cui il campionario di varia umanità dolente (il senzatetto, la ragazza disabile, il manager, la borghese insoddisfatta della “bella di giorno” Catherine Deneuve, l’assicuratore dagli impulsi omicidi e l’erotomane) è risucchiato in uno schema di paradossi eccessivi, grotteschi e fiabeschi.

“Dio esiste e vive a Bruxelles” è un marchingegno narrativo sensibile e ipertestuale, vista la sua derivazione biblica, un maelstrom percettivo segnato dall’emozione e dalle musiche preesistenti, dove secondo  ogni personaggio deve avere la sua colonna sonora. Quando gli uomini scoprono in anticipo il momento della morte (geniali le gag reiterate di Kevin, lo spericolato  che regolarmente fallisce i suoi tentativi di suicidio), vivono un mondo sommerso dal rigurgito interiore dagli spettri del passato, trasfigurando il film in un thriller surreale dell’anima,  che trascina i protagonisti nelle protratte conseguenze di gesti fatali (la Deneuve molla il marito per accasarsi felicemente con un gorilla) con una macchina da presa testardamente aggrappata agli spazi, alle intercapedini, ad un’adesione al sentimento dei personaggi, trovando l’equilibrio “divino” e mai didascalico, fra le esigenze dello spettacolo e il rispetto per una vicenda di spiritualità e passione.

 

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