Cinema News — 12 febbraio 2014

Titolo: Disconnect
Regia: Henry Alex Rubin
Sceneggiatura: Andrew Stern
Cast: Jason Bateman, Hope Davis, Frank Grillo, Michael Nyqvist, Paula Patton, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgard, Max Thieriot, Colin Ford, Jonah Bobo
Fotografia: Ken Seng
Montaggio: Lee Percy, Kevin Tent
Scenografia: Dina Goldman
Costumi: Catherine George
Musiche: Max Richter
Produttori: William Horberg, Marc Forster, Mickey Liddell, Jennifer Hilton
Distribuzione: Filmauro Srl
Origine: Usa
Anno: 2014
Durata: 115 minuti

Primo lungometraggio di fiction del regista Henry Alex Rubin – già co-autore del documentario Murderball sulle paraolimpiadi del 2004 – Disconnect vanta una sceneggiatura ben costruita, limata e studiata nel dettaglio, e un buon cast in cui spiccano le interpretazioni di Jason Bateman, Frank Grillo e Alexander Skarsgård.
Il film, attraverso un riuscito intreccio di storie parallele, pone al centro della riflessione l’ambiguità profonda e insidiosa della dimensione comunicativa della contemporaneità: la tecnologia ha esaudito ogni nostro desiderio in quanto a rapidità e immediatezza, a scapito però – in molti casi – della qualità di questa comunicazione, che non è più effettiva vicinanza emotiva o intellettuale, non è più sostanza, ma spesso solo vuota forma o superficie. Il web insomma determina, o quantomeno incoraggia, una situazione paradossale in cui la comunicazione (intesa in senso lato) porta in sé un ossimoro: la vicinanza – virtuale –  è insieme distanza. Se infatti in un certo senso la comunicazione telematica/multimediale azzera inibizioni e timidezza, al contempo rischia di trasformarsi in una “iper-comunicazione” spesso vacua che toglie tempo e attenzione – nella quotidianità – al dialogo e alla conversazione con le persone che ci sono fisicamente a fianco.
Ecco allora due ragazzini annoiati che inventano una falsa identità virtuale per prendere in giro un compagno fragile e introverso, con conseguenze che neppure loro riescono a prevedere; una donna che ha perso il figlio, che confida a uno sconosciuto in chat tutto il peso del suo dolore, con parole che suo marito non vuole più ascoltare; un avvocato in carriera che non abbandona il telefono neppure durante le cene in famiglia; e ancora, un ragazzo giovane senza casa né famiglia che si guadagna da vivere vendendo il suo corpo in webcam.
La vita dei personaggi viene sconvolta, in modo diverso a seconda dei casi, con un pericoloso e irreversibile effetto domino, in cui a ogni azione ne segue giocoforza un’altra; le (con)cause comuni di tutti questi accadimenti risiedono appunto nell’incapacità – o meglio nell’impasse – comunicativa dei protagonisti, trincerati nella propria sorda e segreta solitudine o semplicemente incapaci di comprendere appieno gli altri.
Henry Alex Rubin racconta con chiarezza e precisione tutto questo, riuscendo nel suo film ad affrontare argomenti diversi e distanti sempre con la dovuta attenzione: il mondo degradato e avvilente della “prostituzione virtuale”; l’adolescenza, misteriosa e spesso incomprensibile agli occhi degli adulti, qui descritta nei suoi aspetti più difficili; ancora, la vita di coppia e familiare, che vacilla su equilibri quanto mai precari.
Con la sua coralità, Disconnect – titolo emblematico – offre insomma un campionario plausibile di disconnessioni tutte contemporanee: rapporti incrinati e raggelati, sofferenze taciute, introiettate e ingigantite, delusioni, illusioni e rancori. Internet non è solo il mezzo casuale e contingente attraverso cui la non-comunicazione dei personaggi prende forma, ma molto di più: è il paradosso della nostra epoca e la cartina al tornasole delle contraddizioni che la percorrono.


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