Cinema News — 07 febbraio 2013

TITOLO: DJANGO UNCHAINED

 

ANNO: 2012, USA

 

DURATA: 165 min.

 

GENERE: western

 

REGIA: Quentin Tarantino

 

CAST: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Quentin Tarantino, Franco Nero, Don Johnson

 

TRAMA: 1858, due anni prima della guerra di secessione. Il dottor King Schultz (Christoph Waltz), dentista cacciatore di taglie, libera uno schiavo afroamericano, Django (Jamie Foxx), che dovrà aiutarlo a riconoscere i fratelli Brittle ai quali Schultz sta dando la caccia. Colpito dalla grande abilità di Django con le armi, Schultz proporrà all’ex schiavo di collaborare con lui fino alla fine dell’inverno e, come ricompensa, aiutarlo a liberare la moglie Broomhilda (Kerry Washington): la donna è infatti ancora in condizione schiavile nelle terre del latifondista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio).

 

RECENSIONE: L’attesissimo nuovo film di Quentin Tarantino, a pochissimi anni di distanza dal magistrale ‘Bastardi Senza Gloria’. Finalmente il regista può portare sul grande schermo uno dei generi da lui più amati: lo spaghetti-western. Ovviamente con tanto di marchio d’autore, perchè il suo contributo è forte, più di quanto sembri.

‘Django Unchained’ è senza ombra di dubbio più tarantiniano del precedente ‘Bastardi Senza Gloria’: maggiore ironia, sceneggiatura impeccabile, violenza visiva al limite del sopportabile, fiotti di sangue gratuiti, colonna sonora che va da Ennio Morricone a Luis Bacalov, passando per il grande Riz Ortolani, con tanto di rap e pop che più sembrano stonare con le sequenze filmiche più le carica di singolare suggestione.

Il titolo fa immediatamente notare il legame con la pellicola di Corbucci, ma il film in questione ha poco a che vedere con il singolo Django franconeriano. E’ in realtà un globale omaggio al genere, con cinefile citazioni che comprendono ‘Gli avvoltoi hanno fame’, ‘Lo chiamavano Trinità…’, i vari ‘Django’ e le opere di Sergio Leone.

Lo si nota dai titoli d’inizio e di coda, in perfetto stile spaghetti-western, dalla pessima mira degli antagonisti, capaci di scaricare un tamburo a pochi metri di distanza dall’obiettivo senza neppure sfiorarlo (però colpendo chirurgicamente gli oggetti attorno ad esso). Mira magicamente perfetta nei protagonisti, capaci sempre di far centro al primo tentativo anche a miglia di distanza.

Tarantino distilla le peculiarità del western adattandole dunque al suo stile, divenuto da vent’anni a questa parte un marchio di fabbrica, ma non sempre una garanzia (vedete ‘Kill Bill’ o ‘A prova di morte’).

Tra i vari gioielli del film, uno in particolare brilla in modo eccezionale: la sceneggiatura (premiata con un Golden Globe), scritta, come sempre, dallo stesso regista. I dialoghi catturano lo spettatore dall’inizio alla fine per tutti i 165 minuti, in continua oscillazione tra l’ironico e il sublime: dalla devastante comicità della scena dei cappucci mal preparati dalle mogli dei precursori del Ku Klux Klan ai cristallini discorsi di King Schultz (encomiabile Christoph Waltz) con i personaggi che incontra.

Tra le varie annotazioni sul genere omaggiato spicca il tema della schiavitù e del razzismo. Ha detto Spike Lee (mica uno qualunque) criticando fortemente il nucleo tematico del film: <<La schiavitù americana non è uno spaghetti-western di Sergio Leone, è stato un olocausto>>. Non possiamo dargli tutti i torti. Ma si sa che Tarantino preferisce il pulp, l’azione e un malizioso gusto per il grottesco alle analisi e alle critiche socio-politiche.

Figura chiave di questi temi sono le ferite dovute alle frustate sulla schiena degli afroamericani, marchiati a vita dalla schiavitù: cicatrici che sono per i loro padroni una sorta di spettacolo da mostrare, evidenziando <<…l’alienazione di una società rispetto al dolore dell’altro. La violenza di fratello contro fratello è solo un gioco da ammirare.>> (cit. Giulio Sangiorgio, FILM-TV). Alla violenza e allo schiavismo gli illuminati civili amanti dei francesismi, ma che non conoscono il francese, tentano di dare una giustificazione scentifica: è l’assurda scena in cui Calvin Candie apre il teschio di un ex schiavo di famiglia.

Il cast è l’altro grande cannone del film: l’accoppiata Foxx-Waltz è godevole in qualsiasi frangente; fenomenale DiCaprio, che si conferma uno degli attori più versatili del cinema contemporaneo; celestiale Samuel L. Jackson: le sue espressioni si stampano nella memoria con l’immediatezza che appartiene a pochi classici.

Tarantino non fa mai acqua: sa cosa vuole il pubblico e il pubblico sa cosa si aspetta da lui, per questo è un regista che lavora ‘con’ e ‘sullo’ spettatore.

 

GIUDIZIO COMPLESSIVO: 8 

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.