Cinema News — 12 gennaio 2013

Titolo: Django Unchained

Stati Uniti, 2012 

Regia: Quentin Tarantino

Cast: Jamie Foxx, Christopher Waltz, Leonardo Di Caprio, Kerry Washinghton, Samuel L. Jackson, Don Johnson, Walton Goggins, Franco Nero

Durata: 165’

Quentin Tarantino e il genere western, un’accoppiata che prima o poi doveva formarsi ufficialmente, visto l’amore che il regista cinefilo ha sempre dichiarato (e dimostrato) per questo genere e in particolare per la declinazione italiana, internazionalmente denominata “spaghetti western”. E infatti, dopo innumerevoli rimandi e citazioni, soprattutto in “Kill Bill” e “Bastardi senza gloria”, Tarantino decide di affrontare il cinema dei cowboys proprio con un accorato omaggio a uno dei pilastri dello spaghetti western: “Django”. Ma attenzione, perché, proprio come accadeva con “Bastardi senza gloria” che prendeva dal bellico-avventuroso di Enzo G. Castellari solo il titolo internazionale e il nome di un personaggio, in “Django Unchained” c’è solo il nome del protagonista del film di Sergio Corbucci, che lì era interpretato da Franco Nero e qui da Jamie Foxx.

Non credete, dunque, a chi vi parla di “Django Unchained” in termini remake, sequel o reboot, il bel film di Tarantino è un’opera autonoma che, paradossalmente, c’entra poco perfino con il western in senso lato, mostrandosi piuttosto come un pulp ambientato ai tempi del far west… un film tarantiniano al 100%, tanto per intenderci!

Il dentista e cacciatore di taglie King Shultz libera lo schiavo di colore Django da una carovana di prigionieri. Lo scopo di Shultz è trovare i fratelli Brittle, su cui c’è un’onerosa taglia, e Django è in grado di riconoscerli, avendoli incontrati come guardiani in un campo di prigionia. Shultz offre a Django una parte della ricompensa se lo aiuterà nell’impresa, oltre che lo status di uomo libero. Lo schiavo accetta e, dopo aver portato a termine la missione, decide di continuare a seguire Shultz nella sua attività di cacciatore di taglie facendogli da assistente. Passano i mesi, ma Django non è mai tranquillo perché ha perso il suo amore, la sua sposa Broomhilda, da cui fu separato in una vendita di schiavi. Finché un giorno a Django capita l’occasione di rivederla, dal momento che Shultz ha scoperto che è tenuta alle dipendenze del noto proprietario terriero Calvin Candie nella sua tenuta Candyland. Ma come fare per penetrare in un luogo inespugnabile come quello?

Tarantino decide di immergersi in una vicenda che – a modo suo – racconta un pezzo della Storia americana, ovvero il periodo dello schiavismo. Beccandosi qualche prevedibile critica dall’avversario di sempre Spike Lee, Tarantino abbonda in azione a violenza, non risparmiandoci qualche situazione palesemente da commedia e i suoi immancabili magnifici dialoghi che ogni volta fanno mini-film a se.

Le intenzioni del regista sono ben chiare fin dall’inizio, quando sui titoli di testa (di color rosso, ovviamente) scorrono le note proprio di Django di Luis Bacalov, tema principale del film di Corbucci. Le immagini ci rivelano la condizione di schiavo del personaggio interpretato da Jamie Foxx, poi bastano solo una manciata di minuti ed entra in scena il Dr. Shultz, che tra ironia e violenza con punte di splatter rende Django un uomo libero, anche se al servizio della sua causa economica. A Tarantino bastano davvero pochi minuti e l’identità del film è già fortemente definita: citazionismo, personaggi grotteschi ma credibili, violenza da pulp e una promessa di divertimento assicurato per le due ore e mezza che seguiranno.

Il regista riesce pienamente nel suo intento e “Django Unchained” è un divertissment da manuale, capace di coniugare costantemente il cinema alto e il b-movie in maniera eccellente. A detta dello stesso regista, la sua intenzione era di aggiornare i miti nordici inserendoli in un contesto completamente ossimorico come quello del selvaggio west e questa idea gli è venuta ascoltando Christoph Waltz raccontargli miti e leggende del nord-Europa, riprese nella vicenda di Django/Sigfrido e Broomhilde/Brunilde, di cui si esplicano le vicende in una scena attorno al focolare. Ma dal film si percepisce anche una voglia del regista di riflettere sul ruolo dell’attore, in quanto bugiardo per una giusta causa. Shultz e Django si ritrovano più di una volta durante il film a dover impersonare qualcun altro per raggiungere il loro scopo, lo stesso Shultz spiega al suo collaboratore che se vogliono riuscire devo essere “attori”, fingere di essere quello che non sono e risultare dannatamente convincenti. Degli eroi cambia-faccia, destinati a spogliarsi continuamente della propria identità in un mood schizofrenico che consente loro una vita di successi.

Poi, ovviamente, come sempre accade nei film di Tarantino, a fare la differenza non sono tanto le metafore e i significati intrinsechi quanto la magnifica gestione dei personaggi e i dialoghi sopra le righe, regola da cui anche “Django Unchained” non si sottrae. Ogni personaggio, perfino il più piccolo e senza nome come quello interpretato da Jonah Hill, fa percepire un vissuto e una reale utilità all’interno della vicenda; ovvio che poi i protagonisti rimarranno a maggior ragione memorabili per lo spettatore. A far da mattatore in questo film, proprio come era accaduto in “Bastardi senza gloria” è Christoph Waltz, magnifico attore lanciato nell’Olimpo di Hollywood proprio da Tarantino nel precedente film. Qui Waltz è un dentista tedesco che sbarca il lunario lavorando come headhunter, il classico cacciatore di taglie da far west, quello che colleziona poster “wanted” con su scritto vivo o morto. Waltz è un mentore perfetto per Django, colto, umano e incline alla giusta causa seppur spietato assassino che non ci pensa due volte ad uccidere la sua “preda” sotto gli occhi del suo bambino. A lui fanno eco tutta una serie di personaggi riusciti che vanno dal tenace e Django, uomo di poche parole e dall’indole determinata che nel corso del film si trasforma in un eroe da blaxploitation, a Calvin Candie, raffinato anche se ignorante signorotto del luogo che teorizza sul servilismo darwiniano degli schiavi di colore. Non da meno Samuel L. Jackson, che invecchiato dal make-up interpreta un magnifico capo-schiavo al servizio di Candie, che si meraviglia della sfacciataggine di Django e sembra essere l’unico a tenere realmente le redini di Candyland.

Compaiono in piccoli ruoli anche una serie di attori-feticcio di Tarantino come Michale Parks, Tom Savini, Zoe Bell, oltre che Tarantino stesso.

Per i fanatici della violenza estrema segnalo teste che esplodono come palloncini, evirazioni e un massacro finale che ricorda per esagerazione e sangue versato la scena con gli 88 folli di “KIll Bill: Vol. 1”. Per i puristi della citazione tarantiniana, oltre al già citato tema musicale di “Django”, ci sono tra i molti anche quello di “Lo chiamavano Trinità” e “I giorni dell’ira”, un personaggio pronuncia una celebre frase di “Il buono, il brutto, il cattivo”, Franco Nero interpreta un personaggio che disquisisce sulla pronuncia del nome Django.

Insomma, un nuovo, magnifico e imperdibile lavoro di Quentin Tarantino, che arrivato ormai al suo settimo film (e un quarto) per il cinema si è confermato davvero sinonimo di garanzia.

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