Archivio film Cinema News — 25 Giugno 2017

“Quella sera i tre uomini mangiarono bistecca e aragosta nel ristorante dell’albergo; poi si trasferirono in un topless bar, a un paio di isolati dall’albergo. L’indomani avrebbero avuto da fare fin dalle prime ore della mattinata, così rientrarono presto in albergo.”

Edward Bunker, Dog Eat Dog

Era deciso da tempo che Dog Eat Dog era uno dei film di punta del 2016 nella Quinzaine di Cannes: per critici di ogni età, per addetti ai lavori vari e a monte e banalmente per i cultori di Paul Schrader ed Edward Bunker. Peccato che a Cannes il film sia stato apprezzato si dai cinefili DOC,ma poco considerato dai giornalisti troppo presi dalle perversioni sadomaso di Isabelle Huppert in Elle, comunque sempre un Paul Verhoeven da cineteca. Ma quel che è peggio è che se su youtube circola da parecchio tempo il trailer doppiato nella nostra lingua, vedremo il film nelle nostre sale  solo nel luglio 2017. Pertanto, noi di ciaocinema, non abbiamo resistito e ci siamo procurati il blue-ray anglosassone, constatando che il film non va annoverato fra i capolavori di Schrader (il romanzo però lo è beninteso). Le pagine di Bunker sono talmente dense di antropologia criminale, da configurarsi meglio di un docfilm: solo chi ha frequentato le patrie galere e la peggior feccia può scriverle dunque. Il personaggio di Mad Dog piuttosto sembra creato apposta per le corde di Schrader: a parte il luogo comune del maledettismo, egli è il nuovo esemplare della galleria di losers in caduta libera verso gli inferi del regista e sceneggiatore. E’ alienato e strafatto come il Travis Bickle di Taxi Driver, che l’autore scrisse in quindici giorni dopo problemi d’alcolismo culminati in un ricovero ospedaliero, distrugge la famiglia come Wade in Affliction, è ossessionato dalla roba verghiana come l’American gigolò Julian e il pusher di Light Sleeper (prima collaborazione schraderiana con Willem Dafoe). Nonostante la tavolozza cromatica imbastita dal direttore della fotografia Alexander Dynan a base di colori saturi, a volte monocromatici come il rosa shocking, il bluette, il b/n nelle scene del night club, il rosso ocra per le sequenze notturne e un montaggio di campi e controcampi, raccordi di sguardo,non c’è niente di stupefacente verso questa greed erichvonstrohemiana: Schrader è un calvinista dichiarato e sappiamo troppo bene quanto il successo economico conta in quel credo specifico. Insomma invece di tracciare una mappa delle differenze fra testo filmico e quello letterario, è bene illustrare le cose che ho visto, che mi sembra nessun abbia voluto vedere oppure ha fatto finta di non vedere. Ecco alcuni spunti per un’analisi:

1)Feticizzazione della marginalità. L’America dei bassifondi, i localacci della lap dance, i corpi alterati da tinture di capelli (Nicolas Cage dunque indispensabile), della muscolarità nervosa e tatuata di Mad Dog/Dafoe, dello spararsi l’eroina in vena, delle sniffate di cocaina, dell’ alcool a fiumi, della promozione sociale del motto di Timothy Leary “turn on, tune in, drop out”che circolava nella Summer of Love nei Sessanta a San Francisco a proposito delle droghe. Le educande si astengano pertanto.

2)La normalizzazione del drug-movie: nessun regista negli ultimi decenni a parte Terry Gilliam di Fear and Loathing in Las Vegas e il duo Neveldine & Taylor del dittico Crank, se non erro, finora aveva mostrato tramite strategie linguistiche gli effetti allucinatori e lisergici su un individuo prodotti dagli stupefacenti. Vedendo la scena di Dafoe che si è appena fatto una pera, davanti allo specchio, mentre la sua faccia si deforma tramite la sua percezione distorta, per questa sequenza non riuscivo a non pensare al cormaniano The Trip.

3) La doppia morale: i protagonisti di Dog Eat Dog sono strafatti, amorali ed egomaniaci. Odiano la famiglia, sono sessisti e se la prendono con quelli di colore. Dicono cose che farebbero accapponare la pelle a qualsiasi regista di sinistra, ma in quanto malavitosi queste diventano legittime, e poetiche anche se provocatorie e politicamente scorrette. Non c’è bisogno di ascoltare le interviste a regista e attori, per cogliere un’empatia verso Mad Dog, Troy e Diesel, che ha anche una moglie insopportabile. La sequenza chiave quella in cui il greco (lo stesso Schrader) commissiona ai tre il rapimento del bambino da 750.000 dollari, fa battere il cuore forte dello stesso regista che non a caso entra in campo: Schrader sarà anche un calvinista, ma emana una sentenza netta: il regista rende più odioso il bambino dei suoi scoppiati lestofanti. A cui tutto sommato vuole un gran bene.

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