Archivio film Cinema News Registi — 28 Maggio 2019

Con Dolor Y Gloria Almodòvar avvolge lo spettatore in un racconto ipnotico di profonda grazia, in cui non occorrono al regista né una storia forte né colpi di scena per raccontare il saliscendi turbinoso della memoria, tra i singulti emotivi che diventano espressioni dolenti ma cinematograficamente vivide e creative di un regista in cerca di una restituzione emotiva; in uno scenario di colori e ricordi, trovano spazio la dipendenza, il lutto per la morte dell’anziana madre – la quale compare al protagonista in inserti luminosamente allucinati – per elaborare il confronto con una o più parti di sé con cui deve ancora fare i conti. Antonio Banderas recita con impagabile candore e fragilità dando vita al brizzolato regista cinematografico Salvador Mallo, nome cult fermo da anni per via di ripetute malattie e interventi che lo hanno costretto a curarsi, a cercare un senso dentro lo smarrimento, a imbottirsi di medicine e antinfiammatori come sostituti di quell’eroina che egli ritorna oggi a consumare, in un momento di particolare crisi che coincide anche con il tardivo incontro con l’attore protagonista del suo film più celebrato. Da quest’ultimo lo separano trent’anni di incomprensioni, e con lui inizia il racconto sul filo della memoria del film diretto con partecipazione e prezioso equilibrio espressivo da Pedro Almodòvar. Capita di rado eppure nel nuovo film del regista spagnolo succede: lo spettatore può sentirsi come ipnotizzato dal racconto, come se quello dinanzi a noi fosse un momento di vita vissuta, tale è l’intima prossimità che Almodòvar riesce a istituire con il personaggio. Storia di una depressione che si alimenta del ricordo della giovane madre che tirò su il figlio – precocemente dedito allo studio – con mezzi di sussistenza, Dolor Y Gloria racconta quello che il titolo annuncia e di quando il protagonista bambino viveva in una grotta nelle wilderness della Galizia; descrive con delizioso senso dell’attesa il saliscendi tra la dimensione della famiglia accuditrice (dove la madre di Salvador bambino è interpretata da Penelope Cruz), e quella contemporanea, quando Salvador è il regista sornione e ciabattato ritiratosi dalla scena, il solo e unico abitante di un appartamento in cui scorgiamo tanti libri, quadri d’autore, aspetti di una culla culturale del vivere dalla quale il personaggio ferito non riesce a sottrarsi nemmeno per poco. Salvador deve fare i conti, tra stanchezza, ritrosia e melancolia, anche con il desiderio, spesso vilipeso nella società dell’esteriorità, che invece riappare in Dolor Y Gloria come espressione del disincanto ma soprattutto della speranza dell’autore, che realizza un film emotivamente intenso e riparativo, in cui trovano volto le persone amate veramente, che dal passato cercano di riallacciare un contatto di con Salvador, interessandosi alla sua salute e restituendogli tutta la centralità emotiva e quel ruolo di protagonista dentro la vita che sembrava essere sbiadito dalla lontananza e dal tempo. Appare, con la luminescenza di una tavolozza cromatica dei sentimenti, un mondo di cultura e di ricordi, di dipinti e di fotografie, che conserva tutta la baluginosa ricchezza espressiva evocata sin dai bellissimi titoli di testa del film – come una danza seducente di quadri viventi –. Il regista omosessuale emoziona e commuove, specie nel momento dell’incontro con una ritrovata vecchia fiamma. Ma commuove soprattutto il rapporto con l’anziana madre, ritrovata nella memoria poco prima della scomparsa della donna. Quella che si presenta come una crisi d’autore, trova espressione in una messa in scena che vibra per sottrazione, di fluente e millimetrica precisione, dove la scrittura riacquista il compito terapeutico per nulla banale che permette a un artista di elaborare e mettersi alle spalle il passato. Il processo creativo è legato agli stati emotivi di cui si nutre e che permette di elaborare, ed è un processo rigenerante, che attinge dal dolore e che ha tempi tutti suoi, permettendo, in questo caso, anche una forma di esorcismo, la rappresentazione della morte e il superamento che un nuovo sguardo sull’esistenza permette.Tra racconto biografico e finzione, realtà e sogno, il nuovo film di Almodòvar è una sorta di testamento d’autore, dove i tormenti fisici e psicologici trovano un senso e una ricomposizione grazie agli incontri che il racconto permette, offrendosi come sanguigno ed emozionante momento di pathos anche attraverso il corpo di Banderas, dolente e umanissimo protagonista, premiato meritatamente a Cannes 2019.Riconosciuto come felliniano o autoriflessivo, Dolor Y Gloria è finalmente un film che cerca un’armonia interiore attraverso quell’ipnosi che la visione esercita su chi guarda e rammenta catarticamente le esperienze.

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