Archivio film Cinema Netflix News Serie TV — 24 Dicembre 2019

Nella landa desolata della rete ci si può imbattere in qualunque cosa. Internet ha in sé un lato gradevole e – al tempo stesso – uno infinitamente oscuro in cui perversione, violenza, dissacrazione sono solo alcuni dei contenuti individuabili. Può accadere di imbattersi in qualcosa di più: qualcuno di sinistro e agghiacciante, estremamente violento, ossessionato dal desiderio di notorietà che potrebbe rappresentare un concreto pericolo. La stessa persona che non rispetterebbe mai la tacita “regola zero” della rete secondo cui bisogna tenere “giù le mani dai gatti”.

Don’t f**k with cats: Hunting an Internet killer è la docu-serie diretta da Mark Lewis, disponibile sulla piattaforma Netflix dal 18 dicembre che rivela tutte le fasi che hanno portato a conoscenza e cattura del killer canadese Luka Magnotta. 

Come in un thriller da manuale veniamo condotti da una metropoli all’altra. Don’t f**k with cats: Hunting an Internet killer ha in sé un ritmo incalzante. Per ogni nuova parentesi e per ogni flashback veniamo catapultati in una città differente in cui dei brevi campi lunghissimi che vanno a rinforzare – in chi guarda – l’idea che stia per accadere sempre qualcosa.

Un caso mediatico raccontato in tre puntate, una caccia all’uomo che inizia dietro i computer, con social network. Ogni tassello passa dai due “testimoni attivi” della vicenda: l’analista di dati Deanna Thompson e John Green (pseudonimo di internet). Entrambi raccontano, alternano sistematicamente la loro percezione della vicenda. Ogni capitolo della metamorfosi del killer passa per i due nerd della rete: sono loro la chiave fondamentale che ci conduce ad un crescendo di shock.

La sconcertante scoperta di un video in cui due gattini vengono barbaramente uccisi dà il via alla sfrenata ricerca dell’autore. Un killer, un sadico che si trova ancora nella fase iniziale della sua evoluzione: risponde al nome di Luka Magnotta.

Una personalità narcisista quella di Luka. Egli è affascinato da Patrick Bateman (American Psycho) tanto da nutrirsi di fama e disporre di cinquanta profili Facebook differenti come “siti di dedica” a se stesso. Tre anni prima di postare i suoi video dichiara al giornalista John Warmington di essere vittima di false insinuazioni in merito alla sua somiglianza al serial killer Paul Bernardo e al legame con la ex Karla Homolka. Ideatore ed esecutore di un omicidio compiuto sulle note di True Faith dei New Order – colonna sonora di American Psycho – con una scena del crimine che somiglia alla camera da letto di Basic Instinct. A poco a poco si scoprono una serie di indizi frutto di un delirio psicotico. Basti pensare che il poster di Casablanca sulla scena del crimine è una traccia lasciata per farsi inseguire fino a Parigi e scegliersi K. Tramell come nome per una nuova identità. Non è difficile immaginare un cattivo come Luka Magnotta all’interno di un thriller, la storia di fronte a cui ci pone Mark Lewis è fatta di delirio, non accettazione ed emulazione. La forza del documentario è data da quella capacità di creare un forte grado di attenzione che ad un certo punto sfocia nel coinvolgimento. Siamo portati a credere – anche se per poco – che il personaggio inventato da Luka Magnotta sia reale attraverso le parole della madre. L’aspetto più incredibile della storia è sicuramente il grado di emulazione di Basic Instinct, che il giovane killer compie durante il delitto e ancora in fase di interrogatorio. Nel documentario però, come in un thriller che si rispetti, la soluzione arriva soltanto alla fine.

Nel finale Deanna Thompson e John Green pongono la questione etica in merito al fatto se siano stati manipolati o abbiano dato spazio ad una personalità come quella di Magnotta. Quanto può aver inciso l’attenzione sulle azioni non siamo in grado di dirlo e probabilmente non avremo una risposta certa ma,  possiamo concordare con Deanna provando – almeno per un po’ – a “spegnere la macchina”.

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