Archivio film Cinema News — 02 Mag 2018

Interpreti: Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer

Fotografia: Manuel Dacosse

Musiche: Philippe Rombi

Il volto di una ragazza scontornato da un mascherino, poi in primissimo piano mentre una forbice le taglia i capelli
lunghi sul viso. Tutta l’azione è girata con brevi stacchi a cui segue una dissolvenza incrociata, poi uno sguardo in
macchina di lei, dissolvenza su nero e titoli di testa. In questo modo si apre L’amant double di François Ozon, è l’
inizio di una visione che è anche sogno, quindi cinema, senza dialoghi, quindi muto. Ozon pare voler resuscitare
l’intimità tra sguardo e oggetto profilmico nella sua purezza cristallina di elemento fotogenico, a cui fa seguire
l’interpellazione di quello sguardo proibito, in macchina, superando quasiasi mirabilia da cinema delle origini.

Dopo i titoli il dettaglio ginecologico ravvicinato e dallo speculum che focalizza l’utero della protagonista,
un passaggio in montaggio analogico, il suo occhio che lacrima lentamente.

Dal primitivismo muto al surrealismo degli elementi filmati, Ozon dopo Frantz, in cui ri-costruiva il classicismo
bianconero facendone un doppione raffinatamente queer, filma un’estrema, profonda e definitiva riflessione iconica
sul doppio, attraverso la quale porta allo zenith il proprio geometrico e ambiguo formalismo.

Il cinema di Ozon nasce e si sviluppa sotto il segno del doppio, eredità di stampo borghese e chabroliano rimodellata
sulle coordinate di una forte espressione di gender, uno slittamento sentimental-esistenziale teneramente feroce che
esplode nel petto di protagonisti straziati dalla normalità sociale.

Lo sguardo filmico di Ozon è sempre stato una sorta di sfocatura tra la pesantezza della realtà e il suo
sogno(qui doppiamente schnitzleriano), alla ricerca dell’altro sè come rifugio ambiguamente sicuro.

La grande villa in campagna di 8 Femmes, la magione con piscina di Swimming Pool, la Paradise House di Angel, la
casa isolata di Le refuge, e gli interni borghesi di Potiche, Dans la maison e Jeune et Jolie fino a Une nouvelle
amie rappresentano il desiderio di rifugio esistenziale ricercato dagli individui fragili e soli che Ozon ci presenta.

In L’amant Double, Chloè è una di loro, in cerca di protezione finisce nell’alcova borghese del dottor Paul per
poi inizare ad avere una relazione contemporaneamente con il suo presunto gemello Louis. Realtà? sogno?

Ozon non cerca il doppelgänger fuori da noi ma all’interno di noi, la rarefazione del doppione assente operata da
Losey in Mr. Klein risulta vicina a questo discorso in cui il gemello è puro organo percettivo, prolungamento
esteriore del proprio interno fisico-mentale.

Il film è un continuo frugare dentro i corpi, denudati e spiati nei loro anfratti organici, sequenza chiave
quella in cui Chloè e Paul/Louis fanno sesso e la macchina da presa si sofferma sulla bocca gemente della ragazza.
Poi superando la soglia del mostrabile entra nella sua gola per spiarne il diaframma in contrazione.

Ecco che in L’amant double corpi, organi e fluidi si riflettono in doppi ambientali e decorativi, creando
associazioni quasi surreali ed allucinatorie dal gatto Milou e il suo avatar imbalsamato, alle lacrime al posto
delle secrezioni vaginali, e i volti che diventano specchi e superfici in cui leggersi dentro.

Ozon pare spingersi oltre il desiderio e il sentimento, arrivando all’ossessione metafisica di una passione che
diventa incubo e orrore, sradicando così il mèlo e senza scatti nel fantastico firma il suo primo vero horror,
sempre intimista, ad un passo dal naturalismo, quasi clinico nella mise en scène di sicuro un nuovo capolavoro.

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