Archivio film Cinema Eventi News — 27 Ottobre 2019

Regia di Michael Engler

Cast Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Maggie Smith, Michelle Dockery, Imelda Staunton, Jim Carter, Joanne Froggatt, Robert James-Collier, Geraldine James

Quattro anni fa Downton Abbey si era congedato in televisione alla stessa maniera con cui la sua gloriosa avventura su piccolo schermo era iniziata. L’ostinata allure da fiaba aristocratica governata da un piano di sopra non tanto diverso dal piano di sotto in sei stagioni aveva conquistato milioni di spettatori e rischiarato un mondo che il suo creatore Julian Fellowes era stato elegante e perfido nel raccontare già nel film di Robert Altman Gosford Park (2001). Un illustre schieramento di padroni buoni, comprensivi e “moderni”, e due scale più giù i loro fedeli e indefessi servitori. Non tutti santi, eppure apparentemente più umani di quel che l’etichetta esigerebbe; tutti impermeabili agli scossoni della Storia: la fine della Belle Epoque inaugurata dal naufragio del Titanic, la Prima Guerra mondiale, l’influenza spagnola, le crisi finanziarie, eccetera. Quattro anni dopo quel suo impeccabile epilogo in cui tutti i protagonisti, e intendiamo proprio tutti compresa l’abbonata alle sventure lady Edith, si apprestavano a vivere felici e contenti, Downton Abbey è tornato, ma questa volta su grande schermo. La devozione degli appassionati si lusinga e ripaga anche a questo modo, soprattutto dopo tante false partenze da parte del team creativo nel voler riprendere il discorso ma a patto di riunire l’intero cast.

In un periodo così intenso di proposte come quello attuale, in cui il salto dal piccolo al grande schermo non si nega a nessuno (due esempi: Deadwood – Il film e El Camino, opinabile protuberanza cinematografica di Breaking Bad), per fortuna che è tornato, Downton Abbey. Annunciato da un invito (We’ve been expecting you) che pare rivolto pure a noi comuni mortali, il film sceneggiato da Julian Fellowes e diretto da Michael Engler è soprattutto l’ultima scommessa in fatto di period drama su grande schermo. La clemenza con la quale andrebbe accolto, pur non conoscendo un’acca della storia, ridipinge un quadro in cui le raffinatezze in costume tipicamente inglesi con evidenti segni di stanchezza (James Ivory ti prego torna), riescono talvolta a trovare nuove forme di sopravvivenza e di fusione empatica con il pubblico (ma, sia chiaro, Downton Abbey non ha inventato niente: prima di lui c’è almeno un altro campione di popolarità televisiva dall’aspetto cinematografico, Ritorno a Brideshead del 1981 con Jeremy Irons…).

In realtà, la versione cinematografica di Downton Abbey si è dimostrata un’operazione commerciale indovinata sotto ogni punto di vista: buona accoglienza della stampa, lusinghieri incassi in patria e negli Stati Uniti con riflusso gossipparo circa un possibile sequel. Downton Abbey torna in gran forma con un film che potrebbe fare la permanente a quanto abbiamo visto in televisione. Julian Fellowes immagina infatti che Re Giorgio V e la regina Maria siano ospiti per una notte a Downton, prima di recarsi a un ballo. Una calamita fenomenale per i palati aristocratici della famiglia Crawley ed espediente perfetto per serrare i ranghi al piano di sotto per non sfigurare al cospetto dei reali. Siccome Fellowes è amante dei piccoli intrighi tra una tartina e l’altra all’ora del tè, al solluchero totale aggiunge mai archiviate quisquilie di famiglia, un pericolo in agguato, lasciando ai quartieri della servitù la grande sfida di mantenere alto l’onore della casa sistemando per bene il “maggiordomo” del re che si atteggia a prepotente.

Chi un po’ conosce Julian Fellowes, e letto alcuni suoi romanzi, dovrebbe sapere che si respira sempre e comunque aria di casa nelle sue opere. La dialettica tra le pareti trova una glorificazione con Downton Abbey e la resa sullo schermo, piccolo/grande non importa, promuove ancora una volta lo sceneggiatore a profeta compiaciuto nell’andare a pizzicare ed erodere l’animo di individui così palesemente distanti sulla scala sociale. Le mille sfaccettature, le mille contraddizioni della società inglese di quel tempo (la pellicola è ambientata nel 1927) rivivono sulla pelle della famiglia Crawley sottintendendo sempre più una vocazione alla libertà per uscire indenni dalle grinfie dell’etichetta e di quella società. Anche se poi ad attenderli c’è l’inevitabile e immancabile sontuoso ballo per riportarli in carreggiata (sublime tentazione a cui presumo Fellowes non abbia saputo resistere per la versione cinematografica). Non è un caso se nel film di Downton Abbey siano proprio le figure femminili quelle meglio delineate dalla penna dello sceneggiatore: Lady Mary e la sua definizione di ruolo negli affari di famiglia; la principessa Mary rincuorata dal buon Tom Branson; la cameriera Anna in prima fila nel ripristinare l’onore della casa. E guai a dimenticare la nevralgica presenza di Maggie Smith nei panni della contessa madre Violet Crawley, forse l’unico punto fermo di tutta la pellicola, compresa la sua spumeggiante ironia che pare come in passato prelevata dall’attrice piuttosto che dal personaggio. Ricalcare personaggi ed esistenze già note è decisamente la condizione necessaria per affrontare le insidie dello schermo. Lo ha ammesso lo stesso Julian Fellowes. Se la chiave d’accesso è identica (i titoli di testa aggiornati ai tempi storici del film), sono le dimensioni ovviamente a contare. Che tradotto significa anche servire più intrecci alla volta con il rischio talvolta di sbilanciare la percezione unitaria del film. Il regista Engler si dimostra piuttosto abile nel tenere unita una simile concertazione di protagonisti e, nonostante qualche piccolo tentennamento, regala anche al grande schermo quell’attestato di eternità di Downton che avevamo già ascoltato in tivvù e che da qui in avanti potrebbe diventare un mantra buono per ogni cosa: dimore, famiglie, sentimenti.

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