Cinema News — 08 febbraio 2013

TITOLO: “Drive”

REGIA: Nicolas Winding Refn

ANNO: 2011

CAST: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Ron Perlman, Christina Hendricks

 

“Dammi ora e luogo e ti do cinque minuti: qualunque cosa accada in quei cinque minuti sono con te, ma ti avverto, qualunque cosa accada un minuto dopo sei da solo. Io guido e basta.”

Imperscrutabile, inespressivo, ai limiti del ritardato, “the driver” di giorno lavora in un officina e fa lo stunt-man, di notte mette la sua abilità al volante a servizio di persone poco raccomandabili. Poi conosce la vicina di casa e se ne innamora. Quando il marito di lei esce dal carcere, lui non fa una piega, anzi, lo aiuta per farlo uscire definivamente dalla malavita. E si infilerà nei guai.

Driver non ha un nome, non ha un passato e non si sa che futuro avrà. Sappiamo solo che è solitario, notturno e introverso. E’ possibile ottenere un’interpretazione fredda ma allo stesso tempo intensa? Sì, chiedere a Ryan Gosling, macho anti-divo talmente calato nella parte da non sbattere quasi mai le palpebre. Altrettanto efficace Carey Mulligan, adorabilmente indifesa, esitante anche negli scatti d’ira. 

Nicolas Winding Refn (miglior regia a Cannes 2011) omaggia “Driver – L’imprendibile” di Walter Hill e confeziona un noir atipico scandito da silenzi interminabili ma suggestivi, quasi familiari, introdotto da dei meravigliosi  titoli di testa dal graphic design curatissimo e citazionista. Suggellati dalla perfetta “Nightcall”, sono il preludio a una colonna sonora stupenda, il cui compositore è Cliff Martinez, primo batterista dei Red Hot Chili Peppers. Reduci dal brutale ed alienante “Bronson” (imperdibile), qui assaporiamo una violenza più centellinata a livello visivo, ma che concettualmente resta un elemento cardine. In più però c’è l’amore (pudico) e il desiderio di protezione, sentimenti neanche lontanamente percepiti dal personaggio di Tom Hardy, prigioniero della propria follia egoriferita. Il nostro eroe invece ha uno scopo preciso, due anime da salvare, e mette tutto il resto in secondo piano, ai limiti dell’autolesionismo. Ha finalmente trovato la sua ragione di vita. Ciò che gli permette di ristabilire una pace interiore che per chissà quali traumi era diventata solo un triste ricordo. Una missione enfatizzata dallo splendido uso del rallenty, che caratterizza le scene migliori di un film fortemente esistenzialista (forse per questo snobbato agli Oscar 2012). Il finale è inevitabilmente catartico, perché driver, stunt-man di se stesso, è “a real human being, and a real hero”, come cantano i College.

Da segnalare lo stecchino e il giubbotto con scorpione dorato sulla schiena, elementi così kitsch da diventare personaggi a sé.

E se si parla di cinema danese, potremo non pensare al solo Lars Von Trier.

 

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