Archivio film Cinema News — 20 Novembre 2014

Titolo originale: Deux jours, une nuit

Regia, sceneggiatura e soggetto: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

Cast: Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Catherine Salée, Batiste Sornin, Pili Groyne, Simon Caudry, Lara Persain, Alain Eloy, Fabienne Sciascia

Fotografia: Alain Marcoen

Costumi: Maïra Ramedhan-Levi

Produttori: Jean-Pierre, Luc Dardenne, Denis Freyd

Distribuzione: Bim

Nazionalità: Belgio, Italia, Francia

Anno: 2014

Durata: 95′

 

 Due giorni, una notte è l’avallo ulteriore dei fratelli Dardenne all’uso di un realismo tagliente che da sempre li ha accomunati agli esperti colleghi d’oltremanica (Leigh, Loach e Meadows, per citarne alcuni). Un realismo tipico di chi fa cinema per raccontare il senso di precarietà dell’individuo nella nostra epoca (una percezione talmente forte e comune che sempre più frequentemente spinge verso il consumo di ansiolitici). Sandra, la protagonista del film, proprio mentre sta tentando di riprendersi da un esaurimento nervoso, rischia il posto di lavoro e ha a disposizione due giorni (un fine settimana) per convincere tutti i suoi colleghi a scegliere di votare contro il suo licenziamento a rinunciare, però, al bonus di mille euro che spetta a ognuno di loro. “Les frères” rivelano un’altra Rosetta (con la quale vinsero la Palma d’oro a Cannes nel ’99), altrettanto combattiva ma più matura, riproponendo l’aspro tema della disoccupazione e dei licenziamenti facili. Anche il cammino di Sandra, nel suo tentativo ultimo di salvare il posto, è un cammino molto duro e difficile. È il cammino di un individuo, già indebolito da una malattia, che prova a lottare contro un potere forte che costringe, in questo caso, i propri dipendenti a scegliere tra il diritto al lavoro della collega e il riconoscimento del proprio lavoro (tant’è che si sentirà rispondere “Non ho votato contro di te ma per il bonus”). E il dilemma morale è servito: le conseguenze della scelta, e della votazione, saranno pesanti in ogni caso.

I pedinamenti della donna, di zavattiniana memoria (da casa a casa e fatti a piedi, in auto o con i mezzi pubblici) si compiono quasi sempre macchina a spalla. La camera “liberata” dall’inquadratura fissa del cavalletto era tra le regole di Dogma95, che tanto entusiasmarono i Dardenne, e segue un percorso che non è soltanto fisico: Sandra è alla ricerca di voti ma è anche alla ricerca di se stessa, della sua serenità e della saggezza che sembra aver perso da tempo.

Questo ultimo lavoro dei belgi, nato da una coproduzione con Francia e Italia, prende spunto dalle difficoltà in cui versano le produzioni europee (e non solo) sotto la forte concorrenza del mercato asiatico e lo usa per incorniciare uno studio molto più intimistico che non riguarda il quotidiano di una sola donna ma anche quello dei suoi colleghi, i quali vengono colti (durante il week end) nei loro hobby che spesso coincidono con un secondo lavoro (nero) perché quello vero non basta.

Il film, al di là dei temi, non certo insoliti per il cinema, è positivo e carico speranza. La fotografia in piena luce che dilaga in quasi tutte le scene e i momenti più pacati (vedi le condivisioni della musica in macchina) sono il controcanto delle espressioni di patimento di Marion Cotillard (attrice scelta non a caso) e, se nell’accezione postmoderna le certezze sono poche, i due cineasti sembrano voler suggerire che la lotta per i propri diritti, anche quando l’esito non è quello sperato, è utile per ritrovare la fiducia in se stessi e nel prossimo. Come accade a Sandra.

 

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