Archivio film Cinema News — 03 Ottobre 2021

Titolo originale: Dune: Part One

Regia: Denis Villeneuve


Soggetto: tratto dal romanzo Dune di Frank Herbert


Sceneggiatura: Fabio Fiorini, Eric Roth, Denis Villeneuve, Jon Spaihts


Cast: Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Stellan Skarsgaard, Dave Bautista, Charlotte Rampling, Jason Momoa, Javier Bardem


Fotografia: Greig Fraser


Montaggio: Joe Walker


Musiche: Hans Zimmer


Produzione: Legendary Pictures, Villeneuve Films


Distribuzione: Warner Bros


Nazionalità:  Usa, Ungheria, Canada


Anno: 2021

Durata: 155 minuti

In un futuro molto lontano, il pianeta Arrakis viene controllato dall’autoritaria casata degli Harkonnen. Arrakis, che viene anche chiamato “Dune” a causa del suo aspetto desertico, è ricco della cosiddetta “spezia”, una polvere necessaria per compiere i viaggi interstellari, e quindi molto ricercata. Gli Harkonnen, dopo decenni di sfruttamento del terreno al fine di estrarre il prezioso materiale, diventano così una delle casate più potenti dell’universo e riescono ad imporsi con la violenza sui Fremen, la popolazione originaria di Dune che considera la spezia una sostanza sacra a causa degli effetti che questa provoca nella psiche umana. Quando l’imperatore decide di affidare il controllo del pianeta agli Atreides, nobile casata rivale degli Harkonnen, la situazione precipita. Mentre gli Harkonnen si organizzano per riconquistare quello che hanno perso, gli Atreides sbarcano su Dune, scontrandosi con una situazione da subito complicata: i macchinari per l’estrazione della spezia, così come alcune navicelle-soccorso (in caso di attacco dei giganteschi vermi delle sabbie che abitano il sottosuolo) sono danneggiate a causa del sabotaggio degli Harkonnen; mentre i Fremen, dall’altra parte, non sembrano disposti a mettere da parte l’ostilità che avevano dimostrato con i precedenti occupanti. L’unico barlume di speranza sembra provenire da Paul Atreides, il giovane figlio del nuovo governatore del pianeta, il duca Leto: alcuni Fremen, dopo averlo visto per la prima volta, iniziano a scorgere in lui alcuni segni caratteristici del cosiddetto “eletto”, una sorta di messia che dovrebbe condurre Arrakis in una nuova era: Paul potrebbe davvero essere il Kwisatz Haderach, quell’essere perfetto che le Bene Gesserit (la stirpe di streghe a cui appartiene anche sua madre Jessica) hanno tentato di creare attraverso numerosi incroci di sangue, e il fatto che il ragazzo faccia numerosi sogni premonitori sembrano confermare questa ipotesi.

Con Dune (id. 2021), Denis Villeneuve si cimenta nell’ennesima trasposizione filmica dell’omonimo romanzo di Frank Herbert (1965). Una scelta coraggiosa, o quantomeno impegnativa, considerate le numerose controversie legate ai precedenti adattamenti: in primis, l’ingombrante Dune (id. 1984)di David Lynch, una sorta di miracolo “frankensteiniano” nato a partire dal visionario progetto (più che) embrionale di Alejandro Jodorowsky – illustrato nel documentario Jodorowsky’s Dune (2013) – che nel corso degli anni è divenuto un cult della fantascienza anni ’80, pur manifestando evidenti ma comprensibili (date le circostanze) debolezze in sede di sceneggiatura; per poi passare dalle due miniserie televisive Dune – il destino dell’universo (Frank Herbert’s Dune, 2000) e I figli di Dune (Frank Herbert’s Children of Dune, 2003) passate inosservate probabilmente a causa della loro messa in onda un po’ troppo precoce.

Evitando paragoni con questi precedenti, il Dune di Villeneuve presenta un paio di caratteristiche interessanti che a mio parere lo collocano al di là delle inevitabili divergenze d’opinione che fin da subito si sono venute a creare, sia tra gli spettatori che nella critica.

A causa delle visioni e dei continui sogni premonitori di Paul Atreides nel corso della vicenda, Dune può essere innanzitutto inserito in quel filone cinematografico – molto battuto, negli ultimi anni – che mette al centro la complicata traduzione del concetto di “circolarità del tempo”, e che ha prodotto – soprattutto nella sua declinazione intellettual-cerebrale alla Nolan – titoli interessanti e a loro modo innovativi (nel linguaggio, quando non nei contenuti) come Interstellar (id. 2013), la serie True Detective (id. 2014) e lo stesso Arrival (id.), quest’ultimo diretto proprio da Villeneuve nel 2016. Una tematica senza dubbio versatile e intrigante (sebbene ad oggi inizi pericolosamente a prendere la china del “già visto”)che nel film si manifesta soprattutto attraverso due espedienti: il primo, visivo, vede protagonisti i vermi delle sabbie, la cui rapidissima corsa sotterranea viene anticipata di qualche metro in superficie dai sussulti polverosi che la rivelano attraverso una sorta di “premonizione della direzione”; il secondo, linguistico, riguarda invece l’utilizzo sistematico dell’effetto cliffhanger al termine della quasi totalità delle sequenze salienti , con il fastidioso risultato di dare eccessiva enfasi anche a momenti non così centrali, e generando in questo modo un livellamento tensivo verso l’alto che si ripete ciclicamente con una sorta di ritmo sinusoidale a circuito chiuso – e in questo senso, il linguaggio alieno fatto di tratti circolari in Arrival traduceva già questo discorso alla perfezione.

L’altra tematica che emerge con una certa prepotenza è quella ambientalista, di certo non nuova (e presente oltretutto anche nel romanzo di Herbert), ma sicuramente molto attuale. Negli anni della sensibilizzazione al Climate Change, diverse pellicole hanno messo l’accento sui pericoli dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali (come in Promised Land – id. 2012 – di Gus Van Sant), così come sui danni irreversibili dovuti all’inquinamento (come in Cattive Acque – Dark Waters, 2019 – di Todd Haynes). Villeneuve, ricalcando un po’ il solco di Stargate (id. 1994) prima e Avatar (id. 2009) poi, accentua (senza neanche nasconderlo troppo) la sfortunata posizione della popolazione indigena, i Fremen, gli unici a trattare con rispetto e sacralità la spezia presente sul pianeta e destinati a subire le incursioni degli invasori di turno, che siano gli avidi Harkonnen o i nuovi arrivati Atreides. È particolarmente significativa, in questo senso, la narrazione della progressiva evoluzione delle capacità extrasensoriali di Paul, il quale sembra instaurare un rapporto molto più profondo e avvolgente con la realtà che lo circonda e che sembra in grado di stabilire una connessione persino con i mostruosi vermi della sabbia. Tra vermi giganti, deserti sconfinati, macchine volanti ispirate ad insetti e granelli della spezia che si diffondono nell’aria come fossero spore, Dune sembra tra l’altro strizzare l’occhio (sebbene molto probabilmente in maniera casuale) a Nausicaa della valle del vento (Kaze no tani no Nausicaa, 1984) del regista ambientalista per eccellenza Hayao Miyazaki, non tanto per la storia in sé (per l’ovvia ragione che il romanzo è precedente di almeno vent’anni rispetto a qualsiasi trasposizione di Dune e a qualsiasi prodotto Ghibli), ma per il taglio quasi scintoista attraverso il quale viene presentato il pianeta Arrakis, una sorta di gigantesco essere vivente che manifesta la sua sofferenza (e insofferenza) tramite i vermi della sabbia che accorrono a fagocitare qualsiasi cosa si muova – e con un’attenzione particolare al topo delle sabbie, altro elemento in comune con il film d’animazione giapponese.

Spicca, come ormai da molti anni a questa parte, la presenza piacevolmente ingombrante di Hans Zimmer, le cui musiche costituiscono forse un buon cinquanta per cento dell’impatto emotivo di questa pellicola, a tratti molto fredda e angosciante. Non è la prima volta che il musicista tedesco “giunge in aiuto” di film esteticamente maestosi e nel contempo pregni di una certa vuotezza, e questo non può non portare a una riflessione su alcune produzioni degli ultimi anni, vittime forse di una serialità online che ha monopolizzato l’attenzione degli spettatori  e che ne sta condizionando notevolmente le abitudini legate alla fruizione dei prodotti audiovisivi. La serialità di nuova generazione ha infatti imposto una gestione narrativa distribuita su puntate, caratterizzate ognuna da picchi di tensione che innescano quel bisogno (simile alla dipendenza) di guardare “ciò che viene dopo” e che ha fatto percepire di conseguenza il prodotto filmico molto spesso inadeguato perché troppo breve e troppo rapido nell’esposizione delle vicende. Dune continuerà (forse, speriamo!) con un secondo capitolo, ma non posso fare a meno di chiedermi se non sarebbe stato meglio creare direttamente una serie: in un mondo che ormai serializza qualsiasi cosa, perdere l’occasione di sviscerare in modo completo e una volta per tutte il complicatissimo universo creato da Frank Herbert, sembra alquanto paradossale.

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