Cinema News — 01 marzo 2013

La Rarovideo ri-distribuisce in dvd un gioiello del thriller italiano, E tanta paura (1976) di Paolo Cavara. Un film assolutamente fuori dagli schemi, così come il suo autore: regista, insieme a Jacopetti e Prosperi, di Mondo cane, inaugurò i cosiddetti “mondo-movie”, per poi realizzarne una specie di denuncia con L’occhio selvaggio.

All’interno di una cinematografia così irriverente e innovativa, trovano spazio anche i due thriller La tarantola dal ventre nero (1971) e il nostro E tanta paura. Se il primo ricalca abbastanza fedelmente (fin dal titolo) il modello argentiano, il secondo (decisamente più riuscito) è un giallo che esce dai canoni stessi del genere, risultando un prodotto unico e più “autoriale”. Ambientata a Milano, la vicenda ha come protagonista il commissario Gaspare Lomenzo (Michele Placido), che si trova a indagare su una serie di efferati omicidi in cui l’assassino lascia accanto a ogni vittima una figurina tratta dal libro per bambini “Pierino Porcospino”: i delitti sembrano collegati a un fatto di sangue avvenuto anni prima a Villa Hoffmann, dove erano soliti riunirsi alcuni ricchi viziosi. Rispetto ai thriller del periodo, E tanta paura si distingue innanzitutto per una sottile analisi sociologica, che non è solo un risvolto secondario della trama, ma un’autentica componente del film, probabilmente frutto dello sguardo documentaristico di Cavara.

Il giovane Michele Placido, già bravissimo, dà vita a un commissario napoletano e anticonformista, insofferente all’autorità costituita e sensibile ai problemi della società. Ma non solo: tutta l’atmosfera che si respira nel film è anticonvenzionale, dove gli squarci di violenza (la donna col cranio fracassato, la prostituta bruciata viva, l’uomo appeso con un uncino nel collo) si alternano elegantemente con una sottile ironia. Un’altra particolarità del thriller di Cavara è quella di conferire una grande importanza all’ambientazione: Milano, grazie anche all’ottima fotografia di Franco Di Giacomo, è una vera protagonista del film, con le sue vie centrali, i quartieri degradati, le strade avvolte nella nebbia, i locali notturni in stile pop. Nel film è presente un buon tasso di erotismo, mostrato o suggerito: una sessualità “sana”, anche se libertina, come quella vissuta da Lomenzo e dalla sua amante Jeanne (Corinne Cléry), quasi contrapposta a quella viziosa e malsana dei ricchi borghesi di Villa Hoffmann, riuniti dal sempre ottimo e crudele John Steiner. La sceneggiatura (basata su un soggetto di Paolo Cavara) è firmata dallo stesso Cavara insieme a Bernardino Zapponi e a Enrico Oldoini: a una prima visione può sembrare farraginosa e lasciare l’amaro in bocca nel finale, perché tradisce un po’ le aspettative degli spettatori, ma in realtà è proprio questo il valore aggiunto del film, che lo rende così unico e gli fa guadagnare valore di visione in visione. Scopriremo infatti che non c’è un solo assassino, ma tanti (e quasi anonimi) incaricati da uno dei personaggi del film di uccidere tutti i componenti di Villa Hoffmann, in nome di una giustizia para-fascista (ecco emergere ancora l’analisi sociologica).

Il film, con tutte queste particolarità, si lascia gustare a meraviglia, perché l’intreccio giallo non viene mai meno, con tanto di false piste e colpi di scena. Ottime anche le musiche di Daniele Patucchi, dai ritmi inquietanti o dal sapore pop a seconda dei casi, ma sempre in stile anni Settanta. Due note conclusive: la grande interpretazione di Eli Wallach nei panni dell’investigatore privato Pietro Riccio, e il tema degli omicidi ispirati a un libro per bambini (con tanto di figure ritagliate): chi scrive, ha sempre pensato che sia stata una fonte di ispirazione per Dario Argento in Non ho sonno (2001).

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