News — 19 Luglio 2021

Regia: Gorō Miyazaki

Cast vocale: Ilaria Pellicone (Erica), Daniela Calò (Bella Yaga), Pino Insegno (Mandragora), Liliana Sorrentino (Direttrice), Stefano Broccoletti (Thomas)

Durata: 81 minuti

A cura di Mario A. Rumor

Dieci anni dopo La collina dei papaveri, e al terzo film da regista, Gorō Miyazaki è finalmente riuscito a far contento papà. Quel Hayao Miyazaki che neanche troppo velatamente aveva criticato l’ingresso del figlio nell’animazione, causa totale mancanza di esperienza, voluto per sublime e diabolica intromissione del produttore Toshio Suzuki, che quando si tratta degli affari dello Studio Ghibli talvolta ha intuizioni geniali. Da più parti leggerete di benedizione paterna in merito a Earwig e la strega (in originale: Aya to majo), la pellicola tratta dal romanzo postumo di Diana W. Jones – vecchia conoscenza di Miyazaki senior ai tempi di Il castello di Howl (2004) – che Gorō ha messo in piedi grazie a uno staff internazionale di animatori. Sentirete decantarne le doti umoristiche e il generale divertimento pure per un pubblico non immediatamente infantile, e scoprirete come questo progetto fosse stato in origine vagliato per Miyasan e poi passato al figlio. Soprattutto: ritroverete nelle motivazioni d’autore del regista-figliol prodigo tutta una serie di appendici familiari, così specifiche e articolate, da rendere Earwig e la strega impermeabile alle facili stroncature, che pure non si sono fatte attendere.

Perché un po’ le dinamiche ghibliche bisogna conoscerle, altrimenti si fa la figura degli stroncatori d’ufficio perdendo così il gusto delle coloriture (e sono tantissime) che appartengono al cinema animato giapponese, e a quello Ghibli in particolare fin da tempi insospettati. Perché è evidente che Earwig non è un film totalmente riuscito nella logica delle pellicole generate al computer che si vedono in giro, e su cui ha certo pesato la messa in onda lo scorso dicembre sulla rete di stato NHK; e neppure è una solitaria sortita 3DCGI dello Studio Ghibli. Per amore di chiarezza, diciamo che si tratta di una mezza ufficialità dal momento che il buon Gorō pratica ne aveva acquisita a sufficienza dirigendo nel 2014, e in totale autonomia, la serie Tv Ronja, la figlia del brigante (un prodotto di notevole appeal, migliore delle aspettative), l’efficienza della quale si deve all’animatore malese Tan Seri (o Tan Se Lee, fate voi), arruolato nel nuovo film in partnership con Yukinori Nakamura esperto in 3DCGI e noto per aver aiutato Miyasan a districarsi con il corto Kemushi no Boro (2018).

Raccontando la storia di Earwig, orfana di dieci anni che dall’orfanotrofio St. Morwald in cui ha vissuto per tutta la vita, finisce in casa di due eccentrici individui, Bella Yaga e Mandragora, rivelatisi essere una strega e un demone a dir poco volubili, Gorō Miyazaki si è confrontato con materiale letterario non perfezionato causa precoce dipartita della sua autrice, e quindi non abbastanza maturo per poterne trarre un film. Compensare apportando inevitabili modifiche secondo l’usanza Ghibli appare uno scrupolo più che mai legittimo di Gorō per ribaltare non soltanto le sorti artistiche del suo (più volte mortificato) ego, ma per espandere la sostanza narrativa di Earwig esattamente alla maniera di Miyasan con i suoi film. Si avverte anarchia nell’aria già a partire dalla protagonista, non più emissaria romantica e rassicurante come precedenti eroine Ghibli (su tutte: Kiki o la capricciosa Chihiro). Earwig è infatti un tipino pronto a dare l’assalto al mondo degli adulti facendogli fare ciò che desidera, vive in un contesto temporale privo di gingilli tecnologici (il film è ambientato negli anni 90) e non osa piagnucolare come le tormentate orfane dell’animazione (e di questo Miyasan dovrebbe essergli grato non avendo mai amato molto i senza famiglia animati, compresi quelli a cui prese parte negli anni 70 sotto la direzione di Isao Takahata). Earwig agisce, traffica nell’ombra difendendo se stessa e il suo ideale di vita: uno spirito indipendente per giovani generazioni di spettatori che una difesa contro il mondo di oggi la devono in qualche modo trovare.

La fissa anarchica potrebbe non appartenere integralmente a Gorō, se proprio volessimo guardare a mancate eroine di Miyasan e Takahata (esempio supremo: Pippi Calzelunghe). E poco importa se alcune sfumature di Earwig sono sfuggite alla comprensione del famoso padre o sono finite in una pletora di birichinate comiche pur di configurare l’agognata entratura alla pari nel mondo degli adulti. Dietro l’oscuramento delle interferenze paterne, Gorō ha trovato lo spiraglio per sovrascrivere finalmente la propria personalità. La ricerca di affermazione della ragazzina è la stessa sua quando invade il dominio del padre regista (nel film il mondo magico di Bella Yaga) o quando in separata sede ottiene l’apprezzamento della madre Akemi Ota, pure lei animatrice ai tempi di Tōei Dōga. Earwig è lo specchio di Gorō nella misura in cui questo film riesce a trovare un’ideale e fluida armonia, pur in mezzo a tante fragilità come per esempio il finale un po’ sfilacciato, riportando in vita l’euforia rock per accompagnare le atmosfere inglesi anni 70 che egli ama grazie al fidato Satoshi Takebe; oppure piazzando in scena la Citroën 2CV, auto ancora oggi usata da Miyasan, come aggancio mnemonico. Non un orpello cinefilo che rimanda a Lupin III- Il castello di Cagliostro (1979), bensì una specifica familiare che egli ha voluto imprimere sullo schermo. Perché il cinema Ghibli dovete immaginarlo come un grande cerchio perfetto, in cui tutto torna al punto d’origine. Al suo interno Earwig va allora considerato una sorta di soliloquio fortunato di Gorō in quanto nell’ordinarietà qualunquista del 3DCGI è stato in grado di trovare il grido di libertà tanto desiderato. Non è detto che la formula sia ripetibile per il buon nome dello Studio Ghibli (e infatti: guardate come tutto torna “normale” nei titoli di coda con il design bellissimo di Katsuya Kondō). Questo per adesso è il meglio che Earwig intende fare: distinguersi e ribadire quanto tutti hanno già compreso e accettato. Ossia, Miyasan è l’arte e il divertimento assoluti dell’animazione fatta a mano. Gorō, il figlio che ama l’animazione senza da essa esserne condizionato.

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