Archivio film Cinema News — 14 Luglio 2020

Le mie priorità erano i testi, l’impatto teatrale, una certa idea scenica. Le sue erano diventare ricchissimo e famosissimo, più in fretta possibile.” 

COCHI PONZONI 

Le sue apparizioni sullo schermo dagli anni Novanta in poi non sono degne della considerazione che, nel precedente decennio, ne aveva fatto uno degli beniamini del pubblico nazional-popolare, e un Re Mida del botteghino. E il volenteroso tentativo di trascendere una maschera surreale ormai logorata dal tempo – per la quale tuttora è considerato figura eponima – a favore d’una prettamente attoriale, suona più tardivo che sincero. Inevitabile quindi che le partecipazioni nella miniserie tv Casa e bottega, e nelle commedie Oggi sposi e Ma che bella sorpresa, costituiscano a modo loro una sorta di rimpatriata con un vecchio e mai dimenticato amico: più un sentore che un sapore, che in pochi attimi svanisce e cede il posto all’iniziale malinconia.

Un’avarizia di comparsate, ribadita da occasionali one man show e dalla scelta di prestarsi quale testimonial per dubbie campagne pubblicitarie, rancidi cocci d’un finale di carriera completamente disinnescato e addomesticato, senza più il successo garantito dalle mode, accentuato da una prevedibile depressione e un conseguente ritiro a vita privata: tanto da rifiutare la collaborazione per la recentissima Biografia intelligente, a cura di Andrea Ciaffaroni e Sandro Paté, che ripercorre la storia dell’innovativo duo con Cochi. Nonostante un umorismo sorridente, persino a volte irresistibile, ma inflazionato da una produzione “usa e getta” zeppa di titoli, in cui il vuoto pneumatico dei copioni grava del tutto sulle spalle: gallina dalle uova d’oro per i produttori, non c’è spettatore che non ne rammenti battute e tormentoni da quasi mezzo secolo entrati nell’immaginario collettivo – dall’avverbio “praticamente” scandito ad abundantiam al “bèla gioia” quale prima opzione di approccio, sino all’iconico “uè, la Madòoona!” e all’onomatopeico “taac” a scandire scatti meccanici senza ritorno. Da molto però si sospetta che l’indice-standard d’ogni comicità, quello spunto sociale presente anche nelle mere confezioni di cassetta proposte e riproposte dal piccolo schermo (una su tutte, Il ragazzo di campagna), passi in secondo piano a pieno beneficio d’uno humour in perfetta linea coi tempi d’uno show televisivo. Un caso più insolito che raro di cabaret mal trasposto.

Ciò non significa, come illustra Valentino Saccà nel proprio volume dedicato al cinema di Renato Pozzetto, che l’ilarità del comico lombardo non si possa disaminare per schemi, benché sostanzialmente gli stessi, quand’anche la figura dell’ingenuo di provincia sessualmente complessato sfoci in una “maniera” accettata supinamente. Sicché i disparati canoni della commedia attraversati da Renato (dalla farsa al buddy-buddy, dalla sbracata parodia alla favola lunare, senza tralasciare la formula episodica) rientrano in un incessante rimescolamento del mazzo, in cui il Nostro è il jolly eternamente trasognato: picchiatello idealista alle prese con situazioni incomprensibili, disarmato sognatore invischiato nella frenesia urbana (della cui purezza all’uopo servirsi per subdoli scopi) o buonuomo posto di fronte alle proprie nascoste contraddizioni, il personaggio di Pozzetto ben si armonizza per canovacci in cui la critica di costume è compensata da uno stravagante candore. Certo, il più delle volte gli epiloghi imposti sono all’acqua di rose: il che fa di tali operazioni un trionfo del conformismo, e non è un caso che i nomi alla regia si ripetano identici (Parenti, Festa Campanile, i fratelli Corbucci…). Vero è che se innesti nostalgici, e all’occorrenza drammatici, s’introducono nel percorso riesumando echi zavattiniani o di cinema hollywoodiano, o classici della commedia italiana privi del medesimo afflato, il coraggio di sperimentare tinte più forti induce a ripensare la physique pozzettiana come a un’effigie straniante (e straniata), e tuttavia perfettamente adeguata alla torpidezza della mise-en-scène.

Ecco che l’innocenza pazzerella d’un piccolo industriale che parla coi volatili come San Francesco, antidoto alle storture del mondo, detiene lo stesso DNA dell’edipico figlio mammarolo inconsapevole della scabrosità della propria passione. Persino nel thriller la sua fisionomia è impiegata dal francese René Clément per Baby Sitter – Un maledetto pasticcio, e in duplice apparizione, anche en travesti, in Gran bollito di Mauro Bolognini. Paradossalmente, sebbene non manchino le occasioni al fianco di autori di cartello quali Risi, Lattuada, Citti, è nei milieu a lui più congeniali che la surreale giullarità meglio si esplica, così pure in panni rivestiti più volte – dal padrone all’operaio, dal sacerdote all’investigatore – o in compagnia di abituali partner, maschili e femminili, che ne assecondano la follia da fanciullone mai cresciuto. Proprio nella sfera infantile, quella che persevera nella coltivazione del gioco (e del riso) a mo’ d’ininterrotto sogno, Renato restituisce il meglio di sé ritrovandosi maestro elementare alle prese col sempiterno incontro-scontro fra settentrione e meridione, e coi rispettivi tabù, e bambino di otto anni nel fisico, ma non nell’animo, di un adulto (e pazienza se un certo Sergio Leone giudicò Da grande un prodotto demenziale…). Talora la semplicità del contesto alza il tiro con velleitarismi poeticamente ermetici e, come testimonia Burro, privi di adeguata regia, quando non utilizza coraggiosi intenti di denuncia per operine d’incerto esito (Non più di uno) o compromessi da un irrimediabile politically correct (Mollo tutto). Pure, in epoca di nuovi volti nel panorama italiano tout court, irritante è la riproposta d’una maschera posta nel proprio inverso, lontana anni luce dai precedenti fasti, in cui la genuina volgarità degli inizi si capovolge in una scopertamente patinata e televisiva; e assai tardivo è il tentativo di rilancio per formule che sposino la satira al pamphlet (Anche i commercialisti hanno un’anima).

La sensazione, si diceva, è che la vis di Pozzetto, reggendo a fatica il fardello di lunghi metraggi, funzioni al cinema solo a certi patti, al pari d’un impianto a sketch di breve durata: a questo proposito, indovinata è la convocazione di Salvatore Samperi per la trasposizione filmica delle Sturmtruppen di Bonvi, col cabaret del meneghino Derby che ne raduna i nomi per intero, incluso Jannacci per l’apparato musicale. E, ancor più tenace, l’impressione che il vero motore intellettuale sia il mitico partner Cochi, che non a caso ha incontrato minor fortuna da solista; cimentandosi poi, sporadicamente, nella regia, Renato non è riuscito a far crescere con rigoglio la poetica vena, inflazionata da un bruciante successo ma non priva di originalità. Ed è con Saxofone – operina rifiutata dal pubblico – che chi scrive celebra gli ottant’anni d’un originale UFO, qui circondato dagli amici di sempre: vagabondo filantropo con immancabile sax alla mano, anticonformista guardato storto dalla società milanese “bene”, al centro d’un apologo in cui, tra svagate figurine di contorno, l’apparenza di un dropout filosofo per scelta camuffa il conformismo.

Ma del resto – cantava più di cinquant’anni fa con l’amico di sempre – tutta la vita è una ruota: “È la testa che bisogna cambiare… E non lo vogliono capire, eh?!”.

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