Archivio film Cinema News — 01 Ottobre 2015

Titolo originale: Eden
Regia: Mia Hansen-Løve
Fotografia: Denis Lenoir
Montaggio: Marion Monnier
Sceneggiatura: Sven Hansen-Løve, Mia Hansen-Løve
Costumi: Judy Shrewsbury
Cast: Félix de Givry, Pauline Etienne, Vincent Macaigne, Hugo Conzelmann,Zita Hanrot, Roman Kolinka
Distribuzione: Ad Vitam Distribution (Francia), Movies Inspired (Italia)
Durata: 131 min.
Nazionalità: Francia
Anno: 2014

Il raffinato Eden è una panoramica, a tutto tondo e diacronica, di un universo fatto di vizi e di dipendenze: quello dei disco-club e dei dj in una Parigi sotterranea a partire dagli anni ’90. Mia Hansen-Løve, a braccetto con suo fratello Sven che ha vissuto in prima persona quell’era e da dj celebre nella capitale francese, mostra il rovescio della medaglia di quella vita che, dall’esterno, sounds like fun: tanta musica e arte, certo, ma anche altrettanto alcol, droga, sesso, e immancabili crisi esistenziali. Al lungo tuffo nella musica (sono ben 42 i pezzi che sentiamo e che, per questione di diritti, hanno allungato i tempi di produzione) si oppone fin dall’inizio quel senso di dissesto: le immagini nel bosco e la nausea derivante dall’hangover dalla prima nottata presentando il protagonista, Paul (la congerie mentale di quel momento va a coincidere con la metaforica nebbia del mattino che calca gli effetti della notte da sballo appena conclusasi). Le vicende di Paul (Félix de Givry) sono il pretesto per raccontare l’ambiente del french touch francese e della musica garage che, sebbene abbia portato al successo nomi quali Daft Punk, Cassius e Etienne de Crécy, è stato concausa del boom delle smart drugs (oltre al consumo di cocaina). Gli anni ’90, epoca dei rave party per antonomasia, sono anche gli anni dell’ecstasy, della techno e dei suoi battiti accelerati, che davano un senso di sintonia e di unione con il dj e la sua platea.
Questo è il contesto, di rovinosa evasione, in cui opera Paul tra il 1992 e il 2013, il quale, come Sven, mette su un duo di successo, “i Cheers”, la cui fortuna li porta a essere ospiti in varie radio e lavorare anche negli Stati Uniti, da New York a Chicago. Allo stesso tempo, però, Paul è vittima delle dipendenze, così sperpera tutti suoi compensi e non riesce ad avere una relazione stabile, e tutto ciò è continuo controcanto, quasi anticipazione della parte finale.
Nel film vengono citati locali, veri templi del divertimento parigino, tournée e serate realmente esistiti. Citazioni fatte anche con i soli manifesti originali che campeggiano dietro i protagonisti, come quelle a Respect Is Burning, o alle famose collaborazioni tra i Daft Punk e i Cassius. Così come si vede (sempre per rimanere in tema di citazioni e di contestualizzazione storica) il finale di Showgirls (1995) di Verhoven, noto flop internazionale ma dotato di un innegabile fascino ed evidentemente apprezzato in Francia (che proprio quest’anno ha girato a Parigi il suo Elle).
Vero e proprio momento rappresentativo di un riscatto che non è stato concesso a tutti (come non è stato concesso all’amico fumettista e suicida, ad esempio) è la lettura di una poesia che parla di fine come inizio di qualcos’altro. Paul abbandona quel lavoro, che dall’Eden del divertimento lo ha portato pian piano in un inferno sempre più malinconico, come malinconica è la Within di sottofondo, dei DP (tutt’altro ritmo e toni rispetto alle prime canzoni) attanagliato dai debiti e dal senso di vuoto, e prova la strada di altri impieghi, così come inizia a frequentare un seminario sulla scrittura.
Mia Hansen-Løve è riuscita a raccontare un mondo vacuo, effimero, che a un secondo livello di lettura non è da considerarsi affatto finito: gli ambienti e le sostanze stupefacenti, consolazione dell’angoscia giovanile, hanno una loro evoluzione, un inizio e una fine, e sono sostituite di continuo. E anche per loro ogni fine dà inizio a una nuova moda.

 

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