Cinema News — 28 febbraio 2013

Roma, 22 Febbraio 2013.

A cura di Roberto Giacomelli

Si è svolta nello scenario del Visconti Palace di Roma, a due passi da Piazza Cavour, la conferenza stampa relativa al film “Educazione siberiana” del regista premio Oscar Gabriele Salvatores. A presenziare all’incontro, oltre al regista, anche gli sceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia, i produttori Riccardo Tozzi e Marco Chimenz, l’autore del romanzo Nicolai Lilin e il cast composto da John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius e Eleanor Tomlinson.

Prima che inizi l’intervista vera e propria, Salvatores presenta il film ammettendo subito che si è trattata di una produzione piena di rischi perché si trattava di un film diverso in confronto a quello che sono abituati a realizzare in Italia e perché mirato a un pubblico molto più ampio, internazionale. Inoltre, il regista racconta un aneddoto legato a uno screening test del film che hanno effettuato a Londra, secondo il quale il pubblico non era soddisfatto dal confronto finale tra i due protagonisti, così, malgrado fossero ormai passati 5 mesi dalla fine delle riprese e gli attori avessero perfino cambiato taglio di capelli, i produttori hanno deciso di rigirare la scena e allungare il dialogo tra i due. Questo per dimostrare che si tratta di un film a cui tutti hanno creduto molto e con cui si cerca di catturare un ampio pubblico. Salvatores confessa che “Educazione siberiana” ad oggi è il film che preferisce tra quelli che ha diretto.

GABRIELE SALVATORES

Nel suo film ci buoni e cattivi maestri, ma secondo lei, chi sono i veri maestri oggi?

La questione non è se ci sono buoni o cattivi maestri, ma se si è maestri e basta. È una responsabilità definirsi ed essere definiti maestri e ci vuole coraggio per farlo. Per quel che mi riguarda, anche un regista può essere considerato un maestro!

In che modo lei e gli altri sceneggiatori avete lavorato sul materiale narrativo? Se non sbaglio il libro di Lilin è molto più ampio del film.

Ovviamente nel libro ci sono molti più aneddoti, ma non potevamo mettere tutto nel film! Per esempio c’era il personaggio del bambino che vive nel vagone del treno, quello che chiamano il Ferroviere, un personaggio che mi piaceva molto ma per il quale non c’era spazio nella vicenda narrata nel film. È stata scelta una linea narrativa centrale e poi abbiamo deciso di seguire quella, così da dare maggiore compattezza al film.

Nel film possiamo assistere a due epoche differenti, gli anni ’80 e gli anni ’90 del 900. Per lei è stata una cosa importante la rappresentazione di un cambiamento d’epoca?

Si, questo è un aspetto che mi ha interessato molto. I cambiamenti tra le due epoche prese in esame si rifanno direttamente sui due personaggi protagonisti. È un decennio vicino a noi, in fin dei conti, quello che viene raccontato nel film, ma sembra lontanissimo. Per esempio, per ricreare sul set quel periodo la scenografa ha dovuto cambiare praticamente tutto, perfino le insegne dei negozi.

Il rapporto tra i due protagonisti di Educazione siberiana ricorda quello che c’era tra i protagonisti di C’era una volta in America. La cosa è voluta?

Leone è un regista che amo molto e Nino Baragli, ovvero colui che montava i film di Leone, è stato uno dei miei maestri, quindi anche se non voluta l’influenza c’è stata senza dubbio. Poi a me piace quel tipo di cinema che racconta principalmente delle storie. Inoltre vi posso dire che gli interlocutori stranieri hanno ribattezzato Educazione siberiana più di una volta C’era una volta in Siberia!

Quanto è stato importante per lei che quella di Educazione siberiana fosse una storia vera, autobiografica?

Se devo essere sincero, poco. Educazione siberiana non è un film storico, io volevo solo raccontare una storia, una bella storia e non ho mai avuto intenzione di approcciarmi al materiale con un’ottica da documentario.

Lei ha diretto film estremamente differenti, affrontando tanti generi diversi. Ha ancora sogni nel cassetto da realizzare al cinema?

Ovviamente si. Nel momento in cui non ne avrò più allora mi ritirerò. Il mio intento è sperimentare, fare sempre cose nuove.

Tra i precetti esposti nel film, c’è qualcuno che si sente di condividere?

Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare”.

Perché non ci sono più da tempo film italiani a competere agli Oscar?

Ma l’Oscar è un premio americano per i film americani, noi non dobbiamo preoccuparci di andare a concorrere lì.

NICOLAI LILIN

Nella vicenda di Educazione siberiana rientrano fatti legati alla Transnistria e alla Repubblica Moldava, anche se non se ne fa mai cenno esplicito. Quanto sono legati i clan criminali con i movimenti politici di allora? Quanto c’entra la Storia con la “s” maiuscola con le vicende narrate nel film?

L’importante in Educazione siberiana non è l’approccio storico e realistico. Io mi sono basato esclusivamente sulle mie esperienze personali, ho raccontato nel libro storie umane senza l’intenzione di fare un reportage storico-politico e il film non è un’opera documentaristica. Il mio intento era di raccontare una storia quanto più universale possibile, che può essere applicata a qualunque Paese e non solo la Russia.

JOHN MALKOVICH

Come ha preparato il suo personaggio? Conosceva già il clan dei siberiani e le loro usanze oppure si è affidato completamente alla sceneggiatura?

Non conoscevo questa situazione sociale e non conoscevo questo clan criminale, malgrado io sia molto interessato e informato sulla Storia dei paesi dell’Est Europa. Ho lavorato principalmente sulla sceneggiatura, è giusto che un attore agisca in questo modo.

Quanto contano i tatuaggi per il suo personaggio?

In un film come Educazione siberiana hanno grande importanza i truccatori e il lavoro che hanno compiuto sul mio corpo, che era completamente ricoperto da tatuaggi. La scena della sauna, per esempio, in cui sono quasi nudo, ha richiesto molto tempo di preparazione. In questo film i tatuaggi sono come dei costumi, dicono praticamente tutto sui personaggi che li sfoggiano.

Secondo lei, cosa dovrebbe insegnare un maestro? E lei ne ha avuti?

Ho avuto fantastici maestri, ma ho imparato molto anche dai miei colleghi, anche quelli più giovani, come è accaduto in Francia quando io ho diretto una piece teatrale e i miei attori mi hanno insegnato molto.

IL CAST: Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius e Eleanor Tomlinson

Conoscevate già di fama il regista Gabriele Salvatores? Come è stato lavorare a questo film?

Eleanor Tomlinson. Questa è stata una delle mie prime esperienze, una cosa nuova ma molto entusiasmante. Non conoscevo Salvatores, infatti appena ho saputo del film ho cominciato a fare ricerche su di lui. Comunque ho recitato vicino ad attori molto bravi, sia quelli più giovani come me che quelli più navigati.

Arnas Fedaravicius. Non conoscevo Salvatores, quindi mi sono informato, rimanendo molto stupito dal fatto che lui ha realizzato film molto importanti. È stata un’esperienza molto positiva, il regista è stato davvero bravo e anche gli attori, a cui sono molto riconoscente… e ovviamente anche l’intera troupe.

Vilius Tumalavicius. Neanche io conoscevo Salvatores. Sono stato sempre felice sul set, Gabriele era sempre calmo, anche quando sbagliavo, poi ha un metodo davvero ottimo, che ti mette a tuo agio perché quando qualche cosa non va, viene a dirlo solo a te, creando così un bel rapporto con gli attori. Lo ringrazio molto.

PRODUTTORI

Quanto è costato il film? In che Paesi è stato venduto?

Il film è costato 9 milioni di euro e per ora è stato venduto in molti territori. In Europa quasi ovunque, proprio in questi giorni aspettiamo conferme dalla Francia e anche Canada e Stati Uniti sono in trattative.

A che pubblico cerca di puntare Educazione siberiana?

Il più largo possibile. Non c’è un target specifico è un film adatto a chi ama il cinema in generale.

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