Cinema News — 28 febbraio 2013

 

Italia, 2013

Regia: Gabriele Salvatores

Cast: Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomilinson, John Malkovich, Peter Stormare, Jonas Trukanas, Vitalji Porsnev.

Durata: 110’

Distribuzione: 01 Distribution

 

 

Servirebbero più registi come Gabriele Salvatores in Italia, un Paese in cui da troppo tempo il cinema si è bloccato, fossilizzato e incartapecorito su generi e linguaggi sempre uguali, troppo ancorati alla rappresentazione di se stessi. Cinema nazionalpopolare che è SOLO nazionalpopolare e ogni tentativo di evadere dai soliti argomenti e i soliti stereotipi viene scoraggiato o prontamente boicottato al botteghino, dando ragione, dunque, a chi ha causato e sta portando avanti la morte del cinema italiano come industria e tabernacolo della fantasia e dei generi. Salvatores ha vinto un Oscar con quel bel manifesto dell’isolamento ideologico contro ogni genere di violenza (leggasi “guerra”) che è “Mediterraneo”, dunque è un autore con sufficienti credenziali per attirare pubblico al cinema anche se non si è mai imbrigliato in quei filmetti stracciabotteghini che hanno portato all’omega della nostra produzione cinematografica. Salvatores è un autore che sperimenta, esplora generi e linguaggi sempre differenti, riesce a parlare dell’Italia in maniera originale (il bellissimo “Io non ho paura”) e degli italiani in modo tale da evadere dai soliti stereotipi (“Marrakesch Express”, “Puerto Escondito” ma anche lo stesso “Mediterraneo”); è perfino uno dei pochissimi italiani ad aver tentato un genere a noi particolarmente ostico (chissà perché, poi…) come la fantascienza con il curioso “Nirvana”. Certo, non è tutto oro nel cinema di Salvatores e ogni tanto un “Turnè” o un “Happy Family” saltano fuori, ma il bilancio è senz’altro positivo. Ora il regista di origini campane torna con un crime movie ambientato in Russia, mostrando ancora una volta la sua particolare versatilità e confezionando un ottimo film che, una volta tanto, ambisce anche e soprattutto al mercato internazionale.

1985, Sud della Russia. Il giovanissimo Kolima cresce in un ghetto in cui vige la legge del più forte e i vari clan criminali si fanno la guerra per contendersi il territorio. Kolima, orfano di padre, fa parte del clan dei Siberiani e viene educato da suo nonno Kuzja al codice d’onore della sua gente. Il ragazzino passa gran parte del suo tempo con il suo amico coetaneo Yuri, detto Gagarin, che sembra particolarmente ferrato per tutto quello che riguarda la criminalità. Un giorno, mentre Kolima e Gagarin stanno tentando di rapinare un camioncino merci insieme ad altri loro amici, vengono scoperti: Gagarin interviene per far fuggire Kolima ma viene catturato al suo posto e arrestato. Diversi anni dopo, quando i ragazzi sono ormai ventenni, Gagarin esce di prigione e viene affettuosamente accolto da Kolima e dal suo clan, ma qualche cosa nel modo di pensare del ragazzo è cambiato, allo stesso modo di come sta cambiando il mondo attorno a lui.

Prendendo spunto dall’omonimo primo libro (autobiografico) di Nicolai Lilin, “Educazione siberiana” porta in scena un arco temporale di dieci anni (1985-1995), durante il quale viene ricostruita la Storia di una nazione come la Russia attraverso le esperienze e la formazione di un gruppo di giovani. Formazione criminale ovviamente, e ciò avviene senza mai affrontare l’argomento sotto un punto di vista documentaristico o filologico, ma esplorando sapientemente la pregnanza sociologica di un’educazione estrema (quella criminale) rapportandola ai cambiamenti sociali e alla crescita adolescenziale. Va da se che “Educazione siberiana” è in primis una storia di formazione e poi tutto il resto.

Gran merito di un film che può essere considerato riuscito, senza se e senza ma, è la bella delineazione dei personaggi principali che riempiono una storia avvincente e ordinata nel raccontare 10 anni di vita in meno di due ore. Kolima e Gagarin, interpretati rispettivamente dagli esordienti Arnas Federavicius e Vilius Tumalavicius, sono amici per la pelle ma allo stesso tempo sono diversissimi tra loro. Più mite e timido il primo, più irruento e incline a mettersi nei guai il secondo; i due condividono l’educazione e spesso il pasto e la casa finché saranno divisi dal destino che porta Gagarin a scontare molti anni di reclusione per furto. Salvatores sa raccontare benissimo l’infanzia, ne aveva già dato dimostrazione con “Io non ho paura” e “Come Dio comanda” e qui lo conferma, descrivendo con umanità e senso del pathos storie e interazioni tra ragazzi, mostrando soprattutto il loro lato meno puro, più torbido e cattivo. Il film è costruito attraverso flashback ma può essere visto come diviso in due grandi tranche: l’infanzia e la giovinezza dei protagonisti, il 1985 e il 1995. C’è un prima e un dopo che ci mostra come e in cosa sono cambiati i personaggi: apparentemente non ci sono molte differenze tra il Kolima e il Gagarin del 1985 e quelli del 1995, ma andando avanti riusciamo a percepire gli enormi cambiamenti, che sono un po’ delle evoluzioni, esplicate soprattutto dagli insegnamenti di nonno Kuzja, interpretato da un Jonh Malkovich in parte che ci ricorda quanto sia bravo quando azzecca il film. I ragazzi continuano a condividere alcune esperienze, come le immancabili bravate e perfino le donne, come la bella “toccata da Dio” Xenja (interpretata da Eleanor Tomlinson, che vedremo prestissimo in “Il cacciatore di giganti”), ma la metafora del lupo che Kuzja racconta al nipote spiega in modo molto pittoresco e toccante cosa stia accadendo a Gagarin.

Salvatores in alcuni punti tradisce il libro di Lilin, aggiungendo, ad esempio, la scena clou della giostra (accompagnata dalle note di David Bowie), ma riesce a restituire sempre una narrazione molto compatta; inoltre sembra volerci raccontare il rapporto tra i due ragazzi come se volesse ammiccare ai Noodles e Max di “C’era una volta in America”, un paragone pregnante che lo stesso Salvatores ha accolto definendo Leone uno dei suoi maestri.

Educazione siberiana” ha ritmo e intrattiene, ti fa affezionare ai suoi personaggi e descrive in modo affascinante un’etica criminale che in più occasioni mostra di possedere un codice d’onore perfino condivisibile.

Un bel film, dunque, che finalmente restituisce al cinema italiano un’ampiezza di respiro e una vera dignità che difficilmente abbiamo riscontrato in tempi recenti (giusto Bertolucci e Tornatore avevano dato la spinta). Una storia avvincente e ben raccontata, con personaggi con cui è facile immedesimarsi interpretati da giovani e bravi attori. Salvatores ha fatto goal!

Voto: 8

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