Archivio film Cinema News — 06 ottobre 2017

Per Alex de la Iglesia l’escatologia umana è da sempre il bersaglio preferito, motore comico-tragico-violento di tutto il suo cinema e con El Bar pone la precisa quadratura del cerchio.
Il precedente Mi Gran Noche, passato praticamente sotto silenzio, era una pausa ludica e brillante solo
in apparenza, in quanto dietro l’iterazione del gesto e del loop mediatico di un cerimoniale social, offriva sempre
il marciume di una società-cloaca nascosta dietro le apparenze laccate dell’odierno visage e di una virtualità collettiva.

A questo proposito il perfetto corrispettivo italiano di de la Iglesia è Pappi Corsicato, genio incompreso e bistrattato che nel finale del suo capolavoro, Il Volto di un’altra, imbratta corpi e coscienze con un’apocalisse di merda in senso letterale e non figurato.
Per tornare a El Bar, presentato in anteprima alla Berlinale 2017, de la Iglesia parte da un personalissimo contorcimento de l’Angelo Sterminatore, trasformando la disgustosa borghesia di Buñuel in un coacervo sociale disomogeneo con un solo comun denominatore: la frustrazione per una vita solitaria.
Sempre brutto, sporco e cattivo il cinema iglesiano riesce superbamente a gestire la tensione del thriller,
che innerva l’intera durata del film, con improvvisi detour gore e momenti di comicità assoluta che prendono in esame Tex Avery, Frank Tashlin, Polanski e il Mackendrick di The Ladykillers, portandoli all’estrema putrefazione comica.

Se nei primi anni 2000 con La Comunidad ed El Crimen Ferpecto de la Iglesia poneva ancora ferocemente l’accento sull’avidità sociale, politica e coniugale, ora gli aberranti esseri umani sepolti nelle fognature di un caffè di Madrid sono il riflesso di società travolta dal quotidiano strombazzamento su attentati, guerre batteriologiche e minacce nucleari, quindi il sopravvivere resta il bene più ambito, ma con una conditio sine qua non: la solitudine.

La prima parte si presenta come il tipico carnage, la seconda sterza invece verso un contrappasso sociale ed esistenziale in cui la variegata umanità iglesiana deve denudarsi e imbrattarsi nelle discariche del sottosuolo, per portare a termine un trip infernale.

Il film nella sua superba spietatezza non manca di momenti toccanti (la confessione della ludopatica Trini) come succedeva anche negli apici del cineasta iberico, Muertos de risa e Balada triste de Trompeta, e chiude con un tagliente unhappy end di profonda e realistica tristezza.

El Bar è il Midian farsesco di un autore che è giunto alla rappresentazione estrema della propria apocalisse e di quella che brucia in ognuno di noi.

(0) Readers Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.