Cinema — 27 Settembre 2015

Fare finta di non vedere, non sentire, continuare a vivere ignorando la polvere che si nasconde in ogni casa. Voltare semplicemente le spalle, non chiamare le cose per nome. ‘Per convenienza’, per amor loro, per amor vostro. Perché le donne lo sanno, nel silenzio della loro camera da letto buia, cosa è bene e cosa è male. Cosa è amore. Giuseppe Gaudino ci conduce in una Napoli di periferia e povertà per farci spiare tra le mura domestiche di una casa qualunque il dramma di tutti: l’amore fa sempre male. Così male da annichilirci, distruggerci, corrodere l’anima. Dopo diciotto anni di assenza dal racconto di finzione, Gaudino ritorna con una visione in bianco e nero dai toni surreali in cui Valeria Golino risplende di luce propria.

Vincitrice della Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2015, Valeria è Anna, una donna che da vent’anni ha smesso di vedere quello che davvero accade nella sua famiglia per amore dei suoi figli. L’usura di un marito violento che non riesce più ad amare, lo sguardo di odio dei vicini di casa, le minacce, gli scambi di favore, i tradimenti, gli inganni, tutto si fa invisibile ai suoi occhi. Meglio cantare il Quartetto Cetra con i figli e far finta che tutto sia normale. Intanto la vita si fa grigia e a forza di pensare sempre agli altri, si finisce per dimenticare se stessi. Anna fa la suggeritrice non solo nello studio televisivo della soap opera per cui lavora, ma anche nella vita. Aiutare gli altri, assumersi le responsabilità degli altri e le colpe di tutti, vivere per gli altri fino a convincersi di essere “una cosa ‘e niente”. Napoli perde i suoi colori, ma non il mare che rimane sempre blu e sempre lì, fuori della sua finestra.

I traumi del passato e le ossessioni del presente fanno di Anna una santa folle, come la raffigurano certi siparietti dipinti e ritmati dalla canzone napoletana che intervallano le sue visioni. L’acqua sgorga dagli autobus e il vento sposta le nuvole: Napoli è il teatro di un’apocalisse in bilico tra il reale onirico e il ritratto grottesco. In scena una grande attrice dal nome che inevitabilmente riecheggia la magnifica Anna del cinema italiano, quella Magnani a cui più o meno inconsciamente Valeria Golino allude.

Ma anche nelle giovani promesse Gaudino riscopre delle preziose risorse. Elisabetta Mirra, laureata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, recita per la prima volta al cinema come se avesse alle spalle una carriera decennale. Nel ruolo di Santina, figlia di Anna, Elisabetta si sente perfettamente a suo agio e, tra euforia e entusiasmo ci racconta di sé, della sua Napoli e della sua arte.

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