Archivio film Cinema News — 08 Settembre 2020

Regia: Pablo Larraín

Genere: Drammatico

Sceneggiatura: Guillermo Calderón, Pablo Larraín, Alejandro Moreno

Fotografia: Sergio Armstrong

Cast: Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Mariana Loyola, Catalina Saavedra. 

Produzione: Juan De Dios Larraín.

Nazionalità: Cile

Anno: 2019

Durata: 102 minuti

I film rispecchiano spesso, magari in modo indiretto e distorto, gli umori dell’epoca e della società in cui vengono prodotti e fruiti, come dimostrano per esempio i lavori di Pablo Larraín, in particolar modo i titoli appartenenti alla sua trilogia su Pinochet, nei quali l’autore racconta la storia recente del Cile per riflettere sulla contemporaneità del Paese, sul suo rapporto con il passato, la sua mancanza di memoria e il suo sistema socioeconomico.

Anche l’ultima fatica del regista latinoamericano, Ema, conferma questa tendenza, nonostante l’opera sembri andare in una direzione decisamente differente, in quanto più pop e intimista, a cominciare dall’intreccio narrativo: qui la protagonista è Ema, una giovane ballerina di Valparaíso  che, dopo aver abbandonato il figlio adottivo ed essersi lasciata con il suo compagno e coreografo, inizia a condurre un’esistenza contraddittoria e apparentemente senza scopo, composta soltanto da diverse relazioni sentimentali e sessuali. In realtà, però, la donna ha un piano ben delineato per cambiare e ricominciare la propria vita.

Una vicenda, quella appena descritta, che vede al centro temi privati come la famiglia, la maternità, il sesso e lo spaesamento individuale, tutti affrontati con dei toni complessivamente leggeri e uno stile ricco di colori sgargianti, musica reagetton e ballo moderno.

Nonostante tali elementi siano lontani da contenuti pubblici e civili, Ema riflette pienamente la propria epoca e la propria società, in primis la nuova generazione cilena, qui incarnata da una protagonista che sembra sì vacua, spaesata e priva di valori, ma che in realtà si rivelerà libera, consapevole e intelligente.

In questo senso, è importante notare che qui le azioni e gli atteggiamenti della ballerina scatenano spesso dei conflitti con la generazione precedente: durante la vicenda, infatti, la giovane donna scardinerà i più tradizionali rapporti umani e familiari, a volte scontrandosi con alcune istituzioni, come accade in una discussione con l’assistente sociale, dove quest’ultima svela il volto più conservatore del Paese.

E anche se qui lo scontro e i cambiamenti riguardano soprattutto la sfera privata e familiare, alcune sequenze del film non possono non ricordare le proteste avvenute lo scorso autunno a Santiago, dove molti giovani si sono ribellati alle politiche economiche attuate dal governo cileno. In tale direzione, non bisogna infatti dimenticare che uno degli elementi chiave del lungometraggio è il fuoco, qui costantemente presente: l’opera si apre con l’immagine di un semaforo che brucia e si chiude con un’inquadratura su Ema che si fa riempire una tanica di benzina, mentre nel mezzo vediamo occasionalmente la protagonista dare fuoco alle automobili, spargere fiamme per aria e ballare una coreografia il cui colore dominante è, appunto, il rosso fuoco. E se la prima immagine è indubbiamente il simbolo – e l’anticipazione – delle norme che la protagonista brucerà e rivolterà nel corso della storia, le altre scene evocano la volontà di cambiamento e di conflitto che caratterizza la giovane donna e la generazione alla quale appartiene.

E anche se Larraín non poteva riferirsi direttamente alle proteste dei ragazzi cileni – avvenute un mese dopo la presentazione veneziana del film –, sembra altrettanto chiaro che il regista abbia captato un clima, intuito gli umori di una generazione e capito il suo scontento: l’ha fatto certamente in modo “distorto” e forse persino inconsapevole, concentrando la sua narrazione sul piano privato e puntando su uno stile pop e leggero, ma questo non nega, ma anzi conferma, quanto il cinema risulti spesso il riflesso indiretto della propria contemporaneità.

E mentre tutta la precedente opera del regista cileno raccontava il passato con uno sguardo sul presente (non solo la trilogia sulla dittatura, ma anche Neruda, Jackie e, più parzialmente, Il club), in Ema l’autore racconta l’oggi con un occhio verso il futuro, risultando in questo senso quasi “profetico”, poiché ha preceduto e intuito ciò che sarebbe avvenuto poco dopo la sua realizzazione.

Ed è proprio nel suo riflettere gli umori di una società che Ema si avvicina al resto della filmografia del cineasta latinoamericano, nonostante dei toni e uno stile molto diversi dai suoi lavori precedenti, spesso caratterizzati da una regia sobria e, a volte, perfino austera.

Ma la vicinanza sopra accennata si può avvertire in realtà anche in una sceneggiatura antididascalica e in un andamento narrativo a tratti poco lineare e costantemente incollato al personaggio principale, similmente a quello che accade in opere come Tony Manero e Jackie.

Tutti elementi che rendono Ema un lavoro al tempo stesso spiazzante e coerente: spiazzante nelle centrali scelte tematiche e linguistiche, coerente con la filmografia di Larraín nella struttura narrativa e, soprattutto, nello sguardo attento alla contemporaneità del proprio Paese.

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