Archivio film Cinema News — 02 dicembre 2017

Titolo originale: Era giovane e aveva gli occhi chiari

Regia: Giovanni Mazzitelli

Sceneggiatura: Giovanni Mazzitelli

Fotografia: Antonio De Rosa

Cast: Mario Di Fonzo, Carola Santopaolo, Federica de Benedittis, Giacomo Rizzo, Iole Casalini, Fabio de Caro, Tonia de Micco

Montaggio: Mario Vezza, Gabriele Marino

Scenografia: Rossella De Luca

Musica: Lorenzo Marino

Produzione: CinemaFiction

Paese: Italia

Anno: 2017

Durata: ’87

Il grande Giacomo Rizzo lancia qua un monito: “La vita è uno spettacolo senza precedenti.” Come dire la vita è una sceneggiatura di ferro. Se la cifra dominante della commedia italiana di oggi è un accalcarsi di giovani precari (v.la trilogia Smetto quando voglio di Sidney Sibilia), crisi di coppia e psicanalisi di grana grossa , Era giovane e aveva gli occhi chiari di Giovanni Mazzitelli è un tentativo per noi sorprendente di focalizzare con umorismo lieve il disagio sentimentale e professionale di un regista/sceneggiatore di poca fortuna. Veicolata dall’ io narrante dell’attore Mario Di Fonzo questa vita d’artista scandita da andirivieni temporali, consente di  cercare facilmente una sovrapposizione probabilmente fra la figura del protagonista e molti tratti dell’esperienza personale di Mazzitelli, fra il suo mestiere di creatore di immagini e i suoi legami familiari/amorosi, dove divampa un immaginario di esistenze marginali, vite smarrite e ritrovate ai margini della strada maestra, che odorano più di cinema indie americano da Sundance che dello stile surreale alla Pappi Corsicato, anche se non mancano marziani e un morto capace di sputare sentenze, secondo le pratiche del confessionale. Nel film di Mazzitelli le persone, incluse le vivacissime attrici, sono come topi in un laboratorio, che esplorano incessantemente tutte le possibili variazioni di percorso. Febbrili, cercano di scompaginare i limiti di un quadro che appare definito in modo incontrovertibile. Di quest’ordine supremo il lavoro del regista è fuori e dentro la messinscena simbolo e immagine. Quello del protagonista è un’ostinazione nel perseguire un desiderio di libertà vitale e artistica, esercitando una sottile forma di solidarietà. Ne è una dimostrazione la scena quando Alessandra, una delle fiamme del personaggio di Di Fonzo , gli chiede di scrivere qualcosa su di lei, dopo aver riavuto il suo cellulare. Tutto segue un ordine impeccabile, anche se lo sguardo registico rappresenta un mondo sottosopra. Infatti quando l’artista si offre al pubblico della sala, qualcuno gli domanda del senso delle scene.Come dire qual’è la logica interna che regola le nostre scelte personali e lavorative?

C’è soprattutto un’idea di cinema come arte della fuga da legami sentimentali forti e costrizioni, una teoria di porte che si aprono e si chiudono, dando vita ad un balletto sentimentale dai ritmi sempre più incalzanti. L’ombra della malinconia incombe su tutto il lungometraggio, non a caso la Napoli qui filmata non è folkloristica ma un campo di battaglia fra forze opposte:quella passionale e quella etica, che fino alla fine si fronteggiano alla pari.

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