Cinema News Registi — 21 Gennaio 2016

Ridendo e scherzando ha detto addio al cinema e al suo pubblico. “Ma detesto le celebrazioni e l’enfasi, non è ancora tempo di mummificarmi”, disse Ettore Scola che all’età di 84 anni ci ha lasciati tra ricordi di una vita e storie di un Paese. Ha attraversato cinquant’anni di cinema, fiancheggiato il Pci dietro la macchina da presa, rallegrato milioni di italiani che volevano dimenticare gli orrori della guerra e ricominciare a vivere. Al pubblico di Venezia in lacrime nel ricordo di Fellini che Scola ha omaggiato in quel capolavoro di Che strano chiamarsi Federico, il regista avvertiva “se Federico sapesse che vi siete messi a piangere, s’incazzerebbe”. Non muore chi lascia ai posteri qualche battuta per cui esser ricordato.
In realtà le sue battute divennero epiche, i film girati più di una quarantina, i premi innumerevoli: da Cannes a Venezia, oggi restano gli 8 David di Donatello nel salotto di casa sua e quella voce quieta e roca per il troppo tabacco nella nostra memoria. Così cala il sipario sull’ultimo grande maestro della commedia italiana.
“Scola era il grande anello di congiunzione tra malinconia e ironia”, commenta Paolo Sorrentino che a La terrazza si ispirò per la sua Grande Bellezza. “Metteva insieme una sottilissima linea di dolore che attraversava l’essere umano, per stemperarla cercava di caricare a molla l’arma dell’ironia”. La comicità di Scola che tutti ricordano oscillava sempre tra lo humour inglese e il romanesco petroliniano nel ritratto di vezzi, capricci e velleità degli italiani che fu il racconto di un’epoca. Ridendo e scherzando, che è poi il titolo del documentario scritto e diretto dalle figlie Paola e Silvia, il cinema deve trasmettere un messaggio senza avere la presunzione di cambiare il mondo come pensano i giovani registi, ironizzava Scola: “Il cinema è come un faretto che illumina le cose della vita”.
Irpino di nascita, romano d’adozione, Ettore si trasferì da bambino nella capitale con la famiglia. A quindici anni la sua passione per il disegno lo portò nella redazione della rivista umoristica Marc’Aurelio dove incontrò un giovane artista, di dieci anni più grande, Federico Fellini. Il liceo classico Pio Albertelli e la laurea in giurisprudenza non lo distolsero da quegli “scarabocchi”, come chiamava le vignette e i bozzetti che poi divennero le gag di “Mario Pio” alla radio cucite su misura per Alberto Sordi. A metà anni Cinquanta arrivarono le prime sceneggiature, Un americano a Roma (1954), La grande guerra (1959) e Crimen (1960).
Da ragazzo di bottega a regista, Scola firmò il suo primo film nel 1964 con Se permette parliamo di donne, scritto con l’amico Ruggero Maccari e interpretato da Vittorio Gassman, che con Nino Manfredi e Marcello Mastroianni, fu uno degli attori preferiti di Scola. La commedia però, che gli regalò il successo popolare fu “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico morto in Africa? L’inizio di una collaborazione con Alberto Sordi che durò fino al 1995 con Romanzo di un giovane povero.
Ma furono i ’70 gli anni più prolifici di Scola che lo consacrarono alla fama internazionale con premi al festival di Mosca, il César francese e tre Nastri d’Argento. “Il futuro è passato e non ce ne siamo nemmeno accorti” sussurrava Gassman a una giovane Stefania Sandrelli in C’eravamo tanto amati, quel Jules et Jim all’italiana che ripercorre trent’anni di storia attraverso le vicende dei tre amici in una Roma bella, sporca e cattiva. “Signor Presidente, ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede perché è tutta una montagna de monnezza? Sette colli…sette colli de monnezza!” tuonava Mastroianni in Dramma della gelosia. Fu proprio quella Roma vista da Monte Ciotti tra baracche e strade di fango in omaggio alle borgate di Pasolini, che consegnò a Scola il titolo di maestro del grottesco e il premio per la regia a Cannes. A differenza dei mostri di Monicelli e Risi tuttavia, i brutti, gli sporchi e i cattivi di Scola conservavano una certa umanità per cui provare solidarietà.
L’amore per la democrazia animava tutti i suoi film in cui ritornava strisciante la paura del fascismo, non come un antico ricordo ma una tentazione presente della tirannide che si fa esplicita in Una giornata particolare (1977), vincitore di una nomination agli Oscar e un Golden Globe. Sullo sfondo della visita di Adolf Hitler a Roma, Sophia Loren e Marcello Mastroianni tra panni freschi di bucato: “quando ridi sei molto più bella”. Il ricordo non può sbiadire. Lo scontro tra l’amore e il potere come quella battaglia di sentimenti contrapposti che fanno la nostra forza e la nostra debolezza pervade tutti i film di Scola fino a La famiglia (1987). Commedia emblema degli anni ’80 a cui fa da contraltare La terrazza (1980), amaro ritratto dell’intellighenzia di sinistra delusa dal comunismo e naufragata tra falsi miti e sogni infranti. “A che ora è la rivoluzione? Come si deve venire, già mangiati?” ironizzava Scola con la voce di Vittorio Gassman. Al volgere degli anni ’80 si acuisce la sua vena malinconica fino ai toni della nostalgia: Splendor anticipa la collaborazione tra i due grandi attori di Che ora è?, Marcello Mastroianni e Massimo Troisi. Un mondo che non esiste più e può solo esser rievocato per magia: Che strano chiamarsi Federico ritorna all’origine di un’amicizia e del neorealismo italiano. Negli ultimi tempi ai consigli degli amici di fare un nuovo film, Ettore rispondeva “io penso che vada bene così. Che è abbastanza”.
La commedia umana di Scola aveva già tratteggiato tutti i tipi di italiani, esplorato tutti i gironi del disincanto capitolino. Non ci resta che l’eco della risata di quell’uomo schivo che non sapeva di essere un maestro. E qualche pellicola da rivedere per nascondere le lacrime. D’altronde, “piangere si può farlo anche da soli- ricorda Mastroianni a Sophia Loren- ma ridere bisogna farlo in due”.

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