Cinema News — 17 giugno 2013

Titolo: Fassbinder e l’estetica masochista

Autrice: Simona Almerini

Casa Editrice: Edizioni Il Foglio

Collana: Cinema

Anno: 2013

Regista estremamente prolifico, con al suo attivo quaranta lungometraggi girati nell’arco di tredici anni, Rainer Werner Fassbinder ha emblematicamente utilizzato la m.d.p. come specchio in cui dissolvere l’individuo e come mezzo incorniciante il suo fallimento esistenziale in quanto persecutore di un desiderio distruttivo e masochista.

In una società post bellica dominata da soggioganti rapporti di potere, il masochismo si fa metafora del post moderno, divenendo un fenomeno culturale reattivo a un tipo di sessualità imposta dalla società cosiddetta capitalista e che incanala in tale perversione, che in Fassbinder assume connotati omosessuali, un pericolo per i fini procreativi che questa presumibilmente deve prefiggersi.

Ed è proprio il rapporto tra il regista e il masochismo a essere estrapolato dallo specchio cinematografico e offerto al lettore da Simona Almerini, sceneggiatrice e critica cinematografica, che in questo libro ha voluto passare al setaccio del masochismo l’imponente filmografia del regista tedesco, prendendo a esempio alcune delle sue opere più rappresentative e utili allo scopo, avvalendosi in particolare delle ricerche di Deleuze, Girard e Studlar.

Il testo, non di immediata fruibilità, si suddivide infatti in quattro capitoli, cominciando con il delineare un quadro riassumente i diversi punti di vista clinici e letterari espressi sul masochismo, passando anche attraverso la via obbligata delle connotazioni freudiane di questa perversione dettata da quella fondamentale pulsione di morte che notoriamente unisce eros e thanatos, in una distruzione dell’individuo che fa sempre da chiusa all’opera del regista, attraverso, molto spesso, il suicidio.

Si badi bene, però, a incasellare il gesto del suicidio come un rifiuto della vita, perché se Fassbinder legge non a torto l’amore come un qualcosa di cui si è educati ad avere bisogno e che, però, è destinato a fallire soprattutto nel suo superficiale vincolo matrimoniale, il suicidio (scelto per altro da due suoi compagni e che si sospetta essere stato commesso da egli stesso) è dettato al contrario dall’amore per la vita e dalla non sopportazione di come questa sia stata resa da altri, o da se stessi, insostenibile.

È la vittima a cercare il carnefice, sostiene Fassbinder, e in quest’ottica il masochista diventa proprio carnefice attraverso il suicidio e poiché ogni uomo uccide ciò che ama, sempre secondo quanto sostiene il regista, questi cercherà di sopprimere prima il rivale del triangolo amoroso (nello schema due uomini e una donna), svelando così la propria omosessualità, poi se stesso, individuo esibizionista e allo stesso tempo privo di identità. Questi non a caso è infatti spesso identificato con un manichino, il cui Io assoggetta il Super Io e in cui la donna per eccellenza è quella reificata nella prostituta. Questi antieroi outsiders non rendono certo semplice una qual identificazione dello spettatore, il quale il più delle volte prova straniamento e disagio, invece di immedesimazione e l’unico realismo in cui può rifugiarsi è quello che ricrea nella propria testa.

Gli elementi formali che disegnano l’estetica masochista di Fassbinder sono quelli del sovrasensualismo, poggiante sui concetti di attesa, sospensione e ripetizione, meccanismo che spesso dà la sensazione di un’interruzione dello sviluppo narrativo. Il periodo e i luoghi, quasi sempre confinati in ambienti chiusi, perdono così ogni importanza caratterizzante. Il disagio dei personaggi non è espresso dai dialoghi ma dall’ambiente e dagli oggetti, dalla loro diposizione, spesso cangiante.

La stilizzazione esasperata dell’ibridismo tra cultura di massa e cultura d’élite abbandonato l’antiteater passa attraverso la trilogia noir e quella sulla falsa coscienza borghese, partendo dalla svolta melodrammatica de Il mercante delle quattro stagioni, per riproporsi nell’opera forse più ispirata alla vita del regista, Germania in autunno, a quella in cui si parla esplicitamente di masochismo come Un anno con 13 lune o in cui l’identificazione individuo-manichino è messa in scena con Lacrime d’amore di Petra von Kant.

Il testo si chiude sull’atipicità di un film come Querelle ponendo l’interrogativo senza possibilità di risposta su in quale misura questo potesse rappresentare un punto di svolta nella filmografia del regista.

Chi meno ama ha più potere ed è di rapporti di potere che parla Fassbinder in tutta la sua filmografia, anche e soprattutto quando parla d’amore, un amore triangolato da un terzo individuo, donna (spesso canale d’incesto in cui l’uomo cerca l’unione), che fa da elemento di disturbo, generando una catastrofe che scivolerà nella distruzione, in una post modernità in cui l’amore è più freddo della morte

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