Archivio film Cinema Eventi News — 29 novembre 2017

Nadie nos mira di Julia Solomonoff

Nadie nos mira è un bellissimo viaggio identitario che colma di tenerezza lo sguardo e poi lo frantuma nel tormento di una mancata affermazione sentimentale, affettiva ed esistenziale. Nico è un attore omosessuale che da Buenos Aires va a New York divenendo un apolide nella disperata ricerca di un sé da mettere in scena nella vita e nell’arte. L’arte e il cinema non più puttane sante da amare/odiare, scopare/distruggere ma come atto creativo mancato che priva di un’identità e lascia mutili, incompleti e in questo il film della Solomonoff si avvicina al cinema di Noah Baumbach non per stile ma per contenuto. Delicato, pudico, intimista ma attraversato da improvvisi lividi erotici post-fassbinderiani, Nadie nos mira è un dramma naturalista che cattura una New York en plein air quasi milleriana. Il corpo di Guillermo Pfening (splendido nella sua sintesi interpretativa), sfiancato da un perpetuo anonimato si disfa in silhoutte al tramonto o si adagia mollemente al sole in mezzo ad un prato,in piena estasi d’isolamento panico. Nico si scrolla di dosso i rifiuti metropolitani e le macerie del passato, per poi approdare sul palco dell’arte in un finale aperto alla vita. Quello della Solomonoff è cinema che concilia materia e spirito, carne e sentimenti, un cinema di cui abbiamo sempre più disperatamente bisogno.

Tout nous sépare di Thierry Klifa

Due donne, una madre e una figlia, legate da un segreto di sangue tra complicità e scontri, immerse in una campagna francese gravida di disperazione e rabbia. Il silenzio della notte, il gracidio delle rane e lo stormire delle fronde sono il contrappunto sonoro di questo dramma borghese e rurale, inzuppato nella violenza metropolitana come se l’estetica di Kassovitz incontrasse i fantasmi chabroliani. Klifa gira con piglio nervoso e moderno, disossando gli avanzi mèlo con le zanne del polar metropolitano e inserendovi un pugno di facce da banlieue davvero efficaci, tra cui lascia il segno il rapper Nekfeu al suo esordio davanti alla macchina da presa. La Deneuve giganteggia con piglio fiero tra le rovine di un cantiere (sui titoli di testa), regina di un matriarcato da difendere fino alla morte. Ultima regnante di una borghesia famigliare in disfacimento, che nel finale si arrende davanti al procedere della giustizia umana, senza però abdicare al proprio ruolo. Qualche forzatura nello script (specie la menomazione fisica di Diane Kruger, figlia della Deneuve) ma tirando le somme è un noir formalmente avvolgente per una mise en scene ambientale che ti scava dentro.

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