Archivio film Cinema Eventi News — 21 Mag 2015

Ormai giunto verso la fase conclusiva il festival di Cannes 2015 è piaciuto o meno? Già porre questa domanda appare a qualcuno fuori luogo.Per l’ennesima volta, noti quotidianisti hanno ribadito che i blockbuster sono banali e puri videogames, peccato però per loro che “Mad Max:Fury Road” di George Miller sia epico alla John Milius per il furore barbarico/politico e insieme lirico che lo prevade. “Mad Max:Fury Road” conferma la straripante ossessione per il postmoderno di Miller attraverso una continua ricerca della sopravvivenza che diventa meditazione teorica e fatalista sul destino dell’action movie, di cui questo reboot, ridisegna le coordinate negli anni zero, come “Interceptor” fece negli Ottanta. Gli ultimi quarant’anni di cultura rock e di cinema di genere centrifugati in una sola diegesi. Epocale dunque.Inutile tirare in ballo il conservatorismo di certa critica verso il cinema di genere, ma c’è qualcosa di più nel palinsesto festivaliero diretto da Thierry Fremaux , che va oltre il film-evento di Miller: le arti marziali di “The Assassin” (v.foto) di Hou Siao -hsien, il melodramma saffico “Carol” di Todd Haynes, lo scontro interculturale di “Dheepan” di Jacques Audiard, il legame incestuoso di “Marguerite & Julien” di Valerie Donzelli, l’etica della giustizia in “Sicario” di Denis Villenueve, la Cina cangiante di “Mountains May Depart” di Jia Zhang-ke e la spiritualità panica di “The Sea of Trees” di Gus Van Sant sono i film e le tematiche del concorso ad aver convinto di più la cinefilia.
Il fuori concorso ha visto splendere di luce propria l’eros malato di “Love” dello scandaloso Gaspar Noè, il thriller psicologico di “Office” di Hong Won-chan, il passato tortuoso di “Amnesia” di Barbet Schroeder e il docente universitario (Joaquin Phoenix) in crisi di “Irrational Man” di Woody Allen.
E l’Italia?Matteo Garrone stravince la scommessa con l’ambizioso esperimento fantasy “Il racconto dei racconti” tratto da Giambattista Vasile per respiro narrativo e sceneggiatura stratificata, mentre il portato internazionale di “Youth-la giovinezza” di Paolo Sorrentino è un racconto metacinematografico e senile privo d’anima. L’umanesimo di Nanni Moretti in “Mia madre” è invece diverso e confliggente con quello di Sorrentino, ma l’autore di “Habemus Papam” è da troppo tempo autoreferenziale nella sua messinscena.

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