Archivio film Cinema Eventi News Registi — 24 maggio 2016

Cinema e autorialità: autorializzare Cannes significa ribadire il concetto che resta il festival di cinema numero 1, duro a morire, adattabile alle situazioni socio-politiche. Anche se quest’anno a giudicare dalle recensioni e notizie apparse sui media e i social, gli archetipi nei film in concorso non sono stati aggiornati, ma sono stati prevaricati dall’effetto déjà vu. Come scrive infatti il collega Alberto Pezzotta nel suo libro “La critica cinematografica” (ed.Carocci): “Se si considera che un film non è tanto l’espressione di opinioni individuali, quanto l’espressione di opinioni morali o politiche di un sistema, di una classe, di un popolo, si vedrà subito, come un film che sembra sciocco, privo di un qualunque interesse artistico, si carichi di significati caratteristici di una mentalità, di un gusto collettivo, di una civiltà.” Capito l’antifona? Così i nuovi idoli registici costruiti ad arte dalla nuova cinefilia, come il Nicolas Winding Refn dell’estetizzante The Neon Demon e lo Sean Penn di The Last Face, a detta di molti un fumettone esostico nonostante i nobili intenti, hanno deluso clamorosamente, anche se nell’arte non dovrebbero esistere certi agonismi, imposti dal palmarès .
Nei prossimi mesi vedremo, noi membri della redazione di ciaocinema, direttamente in sala se queste strombazzate cadute di tono, non siano semplicemente il parto di una prassi della demolizione, anche da parte di chi ha osannato in passato Penn e Refn. Una situazione di stallo quella dei film in competizione, che ha finito per configurare un attaccamento dei giurati, capitanati da un autore di genere come George Miller, al conservatorismo e alla consapevolezza politica (la Palma d’Oro a Ken Loach per Daniel Blake lo prova), che hanno distribuito contentini ai padroni di casa francesi (il premio alla regia per Olivier Assayas e il suo Personal Shopper) e riconoscimenti ad un’attrice inattesa (Jaclyn Jose per Ma’ Rosa del filippino Brillante Mendoza), trascurando colpevolmente opere sicuramente eccezionali come la violenza carnale quanto salvifica di Elle di Paul Verhoeven , il pulp raffinato di Dog Eat Dog di Paul Schrader, Julieta di Pedro Almodóvar , Aquarius di Kleber Mendonca Filho con una smagliante Sonia Braga , l’estremo Toni Errdmann di Maren Ade, l’amore saffico di Mademoiselle di Park Chan wook e l’esistenzialista Paterson di Jim Jarmusch, che era presente anche con il doc Gimme Danger, che manderà in sollucchero i fans degli Stooges.
Le sorprese, a quanto pare, sono arrivate dalle sezioni Un Certain Regard e sono Transfiguration, l’horror politico di Michael O’Shea, con un ragazzino afroamericano che si comporta da vampiro nei bassifondi e l’inquietante quadro familiare di After the Storm di Hirokazu Koreeda, Quinzaine con Poesia sin fin, la seconda parte dell’autobiografia psicomagica di Alejandro Jodorowsky e fuori concorso, con film propriamente di genere come Blood Father, il poliziesco con Mel Gibson di Jean-Francois Richet e The Nice Guys di Shane Black, sceneggiatore di Arma Letale in odore di teorizzazione del noir classico, con la coppia Russell Crowe e Ryan Gosling. Fatto sta che mentre il cinema e la sua storia avanzano, le giurie e i selezionatori di certi festival, ci sembrano un po’ immobili. Ed è di fronte a questo immobilismo che la critica cinematografica trova il coraggio di alzare la testa e lanciare i suoi proclami.

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