Cinema News — 20 novembre 2012

Quello che si dice comunemente che la vita è una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera e opera in un’altra. Della quale commedia oggi essendo tutti recitanti (…). Segue che tale rappresentazione è divenuta cosa compiutamente inetta, noia e fatica senza causa. Però sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un’azione non simulata ma vera”.

 

Sorseggio il caffè della mattina e assaporo il passaggio di un poeta; è un’abitudine ormai consolidata, mi sveglio con qualche riga di pensiero poetante. E’ un Venerdì di Novembre e mi imbatto nelle riflessioni di Leopardi ; mi appaiono subito come segno inaspettato, come presagio illuminante con cui guardare l’ angolo di mondo in cui mi trovo. È il giorno dedicato ad un evento importante per la mia città. Il Festival del cinema di Roma è giunto ormai alla sua settima edizione e in questi anni gli addetti ai lavori, e non solo, si sono interrogati sulla validità di questa manifestazione, vista spesso come clone del più prestigioso Festival di Venezia o meglio come replica minore dell’evento che ormai da sessantanove anni cerca di contendere il primato di regina del cinema alle altre due città europee, Berlino e Cannes, in cui si svolgono eventi analoghi. L’Italia è dunque l’unico Paese europeo ad avere due festival internazionali del cinema: due eventi così importanti nello stesso Paese possono infastidirsi a vicenda, possono delegittimarsi l’un l’altro e rappresentare un vantaggio per Francia e Germania? Mi avvio dunque nelle vie costipate dal traffico, dalle polemiche e dai dubbi sugli sprechi e sugli eccessi di un’ Italia ferita; quest’anno ci si è messo anche il Tevere a rendere le cose più difficili: le sue acque minacciano di uscire dagli argini, ricordandoci come stanno le cose tra l’uomo e la natura.

Roma barocca, Roma palazzinara, Roma multietnica e arrivo sul rosso di un tappeto. Cosa c’è di autentico e di reale nel mondo dei tappeti rossi? Passeggio tra gli stand spulciando il programma: qualche attore si lascia vedere, qualcun altro nascosto dietro occhiali da sole si lascia accarezzare l’ego, qualcuno parla di sé ai microfoni. Mi aggiro dunque senza meta e per sbaglio mi imbatto in un manifesto che attira la mia attenzione perché è scarno e graficamente povero: lettere nere su foglio bianco denunciano il falso e rivendicano una lotta : sono i docenti dell’Istituto Cine Tv “Rossellini” che fanno sentire la loro voce. Sono presenti al Festival con le loro classi, perché questo è il loro campo : rispondono alla crisi nera e alla logica precaria con una passione commovente che li tiene qui giorno e notte . Rispondono alla crisi e a tutto il suo contorno nel modo migliore: creano, producono e lavorano. Dunque, fermo uno di loro perché mi sembra una colonna ; è Simone, un ex alunno dell’istituto: mi parla di tutti, dei prof, dei progetti passati, dei ricordi, della sua riconoscenza. E’ per questo che è ancora qui ad aiutare i più piccoli. Con gratitudine ci parla di questa scuola statale e gratuita, unica in Italia, dove si impara un mestiere importante per il nostro paese. Ci racconta dei progetti passati con un velo di malinconia; spera nel futuro augurandosi riesca a partire un laboratorio a cui tiene molto: lo hanno battezzato “Officina” e il nome è già un programma. “Con questo nome” ci spiega “abbiamo voluto dare una doppia connotazione: pratica, in quanto si tratta realmente di un’officina, un luogo dove si lavora sodo e dove prende forma la nostra creatività, e l’altra culturale, nel senso più ampio del termine”. E’ chiaro dunque anche ai ragazzi il rimando alla famosa rivista letteraria degli anni della speranza , quelli in cui sperimentazione e coraggio aprivano porte nuove sull’ arte; Calvino e Pasolini erano tra i suoi collaboratori.

Ringrazio Simone e mi allontano; ora li riconosco. Gli studenti del Rossellini si aggirano equipaggiati fino ai denti : non hanno nulla da invidiare ai professionisti perché corrono di più, non hanno paura dei no e spesso mirano agli occhi. E’ forse questa l’autenticità che cercava Leopardi. Il senso di una “Cinecittà” lo ritrovi così d’improvviso tra le gente, tra gli “artigiani del cinema” che sanno coniugare l’ azione del sogno la quale arriva sempre dopo un ciak.

Mi allontano lasciandomi alle spalle un tappeto che non vola e mi avvio per Viale Tiziano: il rumore dei miei passi è ora di un rosso più intenso. Grazie Rossellini.

 

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