Archivio film Cinema News — 13 ottobre 2016

 

Regia: Claudio Giovannesi

Soggetto: Claudio Giovannesi e Filippo Gravino

Sceneggiatura: Claudio Giovannesi, Filippo Gravino e Antonella Lattanzi

Cast: Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Valerio Mastandrea, Laura Vasiliu

Montaggio: Giuseppe Trepiccione

Musica: Claudio Giovannesi, Andrea Moscianese

Fotografia: Daniele Ciprì

Scenografia: Danilo Frabetti

Produttore: Pupkin Production, IBC Movie, in collaborazione con Rai Cinema

Distribuzione BiM Distribuzione (Italia)

Nazionalità: Italia

Anno: 2016

Durata: 110 minuti

Roma. Periferia. Dafne (Daphne Scoccia) è un’adolescente dedita alla “piccola” criminalità specializzata nel furto di cellulari ai ragazzi della sua stessa età o non molto più grandi di lei.

Ed è proprio a causa di una di queste rapine che, nonostante la fuga, la ragazza viene arrestata e detenuta nel carcere minorile. Da qui ha inizio la vera storia. In prigione, infatti, i ragazzi e le ragazze vivono separati e, in un momento di libertà dall’isolamento cui Dafne è stata relegata per il suo atteggiamento violento e scontroso, “incontra” lo sguardo di un ragazzo: si chiama Josh (Josciua Algeri). Tra i due, dopo l’iniziale diffidenza di Dafne, nasce immediatamente una sintonia tanto che la ragazza si offre di scoprire che fine abbia fatto la fidanzata del suo nuovo amico che non si fa più viva con lui da quattro mesi. A questo segue un vero e proprio scambio di pizzini prima amichevoli poi amorevoli. Sì, perché i due protagonisti si innamorano pur non potendosi frequentare, parlare direttamente, toccare. Entrambi si accorgono del loro amore la notte di Capodanno quando ai detenuti è permesso di festeggiare tutti insieme l’arrivo del nuovo anno. Ma il loro amore continua innocente attraverso sguardi da una cella all’altra.

Tutto sembra precipitare quando Josh e una cara amica di Dafne vengono scarcerati: è come se la ragazza perdesse i suoi unici punti di riferimento. All’esterno ad attenderla c’è un padre (Valerio Mastandrea), anche lui ex detenuto, che sta cercando di rifarsi una vita dopo sette anni trascorsi in carcere e con l’obbligo di restare in casa la sera, che si è creato una nuova famiglia in cui per Dafne sembra non esserci spazio. Così, la ragazza si ritrova a sognare le carezze del padre in un momento di sconforto… di quel padre che, a volte dolce a volte ruvido e schivo, forse, non è cresciuto abbastanza e che fatica ad essere responsabile anche per sé.

Nel frattempo, il legame e l’affetto tra i due ragazzi non cessano tanto che Dafne, ottenuto un permesso, fugge per non rientrare in prigione e raggiunge Josh il quale non esita a lasciare il nuovo posto di lavoro, la tranquillità raggiunta (anche con la Legge) per fuggire con la ragazza senza sapere in quale luogo andare.

Claudio Giovannesi dopo aver raccontato l’adolescenza nel fortunato film Alì dagli occhi azzurri nel 2012 (per il quale ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria alla settima edizione del Festival internazionale del film di Roma) torna “sul luogo delitto”. Infatti, con “Fiore” (presentato in concorso nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2016) il regista racconta dell’adolescenza, del “fiore” della vita che sta per sbocciare, da un punto di vista diverso dal film precedente, ovvero di quello di una ragazza e italiana. Nel primo film Giovannesi narra la vicenda di un ragazzo di origini egiziana che si scontra con la propria famiglia e tradizione mentre in questo secondo caso il regista riporta sul grande schermo la vicenda di una ragazza che tenta di ribellarsi come può a tutto quello che sa di non avere cercando di ottenerlo anche attraverso l’illegalità.

In entrambi i casi il regista risente molto dell’influenza pasoliniana tanto che la storia di Dafne potrebbe essere quella di “una ragazza di vita” che desidera solo esser libera.

Giovannesi dimostra ancora una volta di essere un grande regista dei sentimenti soprattutto di quelli inespressi, ovvero di quelli più pericolosi, più intensi che scavano dentro e vanno sempre più a fondo lasciandoli vivere e sedimentare rispettando minuziosamente il lento passare del tempo all’interno di una prigione. In questo modo riesce a creare un film dalle tinte persino melodrammatiche ma senza mai cadere nel tranello subdolo della banalità o dell’essere scontati non permettendo ai dialoghi (semplici, scarni dove anche i silenzi parlano) di intaccare o mandare fuori ritmo una partitura filmica e diegetica così ben strutturata e costruita.

 

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