Archivio film Cinema News — 10 Nov 2018

“L’amore si muove nel buio, quanto basta per dirmi che esiste una cosa che si chiama libertà”

THOMAS MERTON

 

Pochi sono i fedeli della prima chiesa riformata di Snowbridge, presso New York, ove il reverendo protestante Ernst Toller, ex cappellano militare, celebra messa. Uno sparuto pugno che, a rifletterci, simboleggia quanto resta di un pubblico che, alla stregua del settantaduenne cineasta di Grand Rapids, ancora è disposto a investire in una visione cinematografica “classica”, nel senso etimologico dell’espressione, e come tale destinata ad affievolirsi prima di un’eventuale scomparsa. Sin da un prologo in cui perfino la scelta stilistica di un campo lungo, che via via si restringe attraverso un carrello, suona come un azzardo, si manifesta l’intenzione di Paul Schrader di mantenere inalterato il confine tra un certo cinema mainstream, di esigua nicchia e cui da lustri lo sceneggiatore di Taxi Driver è stato associato, e una produzione che di tormenti ed estasi, calvari e catarsi, laceranti Golgota e ipotetiche salvezze non saprebbe che farsene. In mezzo la fedeltà – o meglio, la Fede – a una politique costellata di arcinoti feticci, e oggi più che mai irrinunciabile, irta di dubbi, e domande la cui unica risposta plausibile va di nuovo cercata nell’espiazione dell’anima in un corpo malato: quello del reverendo Toller, tormentato da un presunto cancro allo stomaco e da un Credo inteso come modalità per aderire all’Onnipotente – e per discuterne le certezze. Toller è l’ultimo eroico baluardo d’una certa idea di mondo, ben conscio della propria lesa integrità morale, che nel rosso della malattia (dai ripetuti colpi di tosse al sangue nell’urina) scorge il dolente contrappasso di non volersi curare, scontando la colpa di aver convinto il figlio a combattere in Iraq e averlo mandato a morire. Al pari del sacerdote, Schrader è icona “eroica” di un cinema controcorrente, portavoce di un costante dilemma: il mondo cambia alla velocità della luce, l’individuo è preda di una schizofrenia divorante che gli impedisce di riflettere sulla possibilità d’una risposta razionale. E la sola possibile è l’oscurità: il che spiega la scelta di quello stile, ormai congeniale, in cui la geometria di spazi e arredi chiaroscurali, quando non avvolti da penombra, s’alterna a nevosi esterni di abbagliante candore, da interpretare come il divario professato dal protagonista, eterna lotta speranza-disperazione. First Reformed è, insomma, l’ideale chiusa circolare d’un percorso. Non ci sorprenderemmo se l’autore dichiarasse di non volere o poter realizzare altri progetti, e a suggellarne la lucida posizione è la prima mezzora di film, che include la conversazione di Toller con l’ambientalista estremista deciso a far abortire la moglie e prossimo al suicidio. L’apologo è costruito sul perenne filo dell’ambiguità, lungo il sentiero del dolore per la perdita di un figlio che si scontra con la decisione di ucciderne uno in arrivo, mentre l’universo è deturpato dai loschi piani di multinazionali e corporation protetti dalla Chiesa, come il cinema è vittima d’un avvenire paradossalmente senza futuro (e le sale in disuso di The Canyons ce lo ricordavano). Presumibile aiuto per sollecitare una risposta, la religione è bersaglio di critica da parte di giovinastri stufi di porger l’altra guancia, o di grossolane freddure sul gabinetto dove Lutero compose un celebre inno (per di più, Toller ha un problema con le tubature del proprio bagno). Perfino il desiderio di pregare, afferma il sacerdote, si fa preghiera in un emisfero dove la Fede è sovvertita dalla pubblicità (l’effigie, inquadrata alla rovescia, della congrega “Abundant Life” su cui cammina il protagonista). Se il Male, innestato nell’anima e nella carne, è il Male di un cosmo irrimediabilmente minato dal business, non resta che proseguire sulla strada scelta all’origine e deflagrare nell’Orto degli Ulivi; ciò significherebbe spingersi oltre la legge divina – in una parola, trascendere – e pazienza se nessuno è disposto ad ascoltare o, come il capo della diocesi, addirittura volta le spalle. Come l’ostinato prete è indotto nella propria missione salvifica, estrema e disperata, il non meno ostinato Schrader persevera nel proprio divino disegno filmografico, nel cui assortito mosaico di creature spirituali Ernst è l’ennesimo alter ego. Parente stretto del bergmaniano pastore Ericsson di Luci d’inverno, oltreché figura di devota estrazione dreyeriana, il sacerdote è summa ed excursus d’una produzione dall’ineguagliabile iconografia, riconoscibile come solo ai grandi artigiani della pittura: il film è scandito dalle pagine di un bressoniano diario che, da Taxi Driver passando per Mishima e Lo spacciatore, tante volte ha fatto capolino (e anche nel prediligere carta e inchiostro al computer, Schrader professa il proprio rigoroso classicismo), per tacere del frugale pasto a base di pane e whisky, che rimanda al pane inzuppato di vino di cui si cibava il curato di Bresson. E ancora le perlustrazioni notturne in automobile, o la cena a base di sushi. Ma il dilemma pulsante in First Reformed, che di fatto anima l’intera filmografia del regista-sceneggiatore, sta nel dubbio della Fede in quanto speranza o motivo di dannazione: il sacerdote sa di non (poter) sapere, e la sua visione del problema, pervasa di visioni contaminate, non può accogliere il senso di quell’amore che la vedova incinta Mary – la purezza fatta persona – vuol restituirgli in un corpo a corpo. L’eterno divario tra positività e negatività, presente anche nel finale quando, fallito il tentativo di suicidarsi ricoprendosi di esplosivo, Toller sceglie di espiare cingendo il proprio corpo nudo di filo spinato, costruendosi un cilicio, prima che l’ignara giovane lo raggiunga e lo baci. La carne si sgretola, l’anima si riscatta. Ma insopprimibile è la volontà di togliere i peccati del mondo e osare l’inosabile, snocciolando il trappista Merton che il reverendo assurge a modello, o un brano di Neil Young contro l’inquinamento durante un funerale. Andare contro la legge fatta Verbo dove le norme teologiche non lo consentono; e laddove non può la realtà, il cinema può (o contribuisce a) farlo. La realtà, come sa Schrader, è una contraddizione perenne a cui rispondere con identiche armi: non si spiegherebbe altrimenti la scelta, spudorata e sopra le righe, d’infrangere la dimensione spirituale con la brutalità del digitale, riutilizzando i fotogrammi sulla Creazione a rischio prima della contaminazione – forse un’eco degli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola visti da Ėjzenštejn come una psicotecnica da cui trarre ispirazione. E tuttavia lo stesso Schrader non fece mistero che il digitale fosse un ampliamento del cinema, se non ormai l’unica risorsa tesa a consentire la visione di un film (anche Ernst naviga in Internet), mentre l’occhio di Dio si risolve in un’astrazione à la Grüne suggerita da un abatjour. Al di là della vita.

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