Archivio film Cinema News — 03 Luglio 2019

Oggi recensiamo quello che possiamo considerare l’ultimo, vero capolavoro del compianto cineasta John Farnkenheimer (New York, 19 febbraio 1930 – Los Angeles, 6 luglio 2002), straordinario regista che, a nostro avviso, dovrebbe essere scoperto quanto prima dalle nuove generazioni. Un raffinato, pregiatissimo autore di film epocali e indimenticabili come L’uomo di Alcatraz, Sette giorni a maggio, Il treno, Il braccio violento della legge n. 2, solo per citarne alcuni. Poiché la sua filmografia è stracolma di così tanti titoli importantissimi che, se dovessimo in questa sede soffermarci a enumerarli e menzionarli tutti precisamente, non finiremmo più di scrivere. Titoli che comunque non possono sfuggire assolutamente a qualsiasi persona che voglia orgogliosamente e coscienziosamente dichiararsi un sanguigno, profondo cinefilo puro.

John Frankenheimer, come si suol dire, è un regista dunque ineludibile. Indiscutibile.

Ronin è stata la sua penultima pellicola cinematografica prima di Trappola criminale.

Un thriller spionistico di altissima, sofisticata scuola registica. Scritto da J.D. Zeik assieme all’esimio David Mamet sotto lo pseudonimo di Richard Weisz.

Un film di produzione statunitense, finanziato dalla United Artists ma girato interamente in Francia con un eterogeneo cast di attori di varia nazionalità mondiale che, a loro volta, interpretano rispettivamente personaggi dalla diversa estrazione geografica.

Un parterre di rinomati attori di spicco, capeggiato dal grande Robert De Niro, affiancato da Jean Reno, Natasha McElhone, Stellan Skarsgård, Sean Bean, Michael Lonsdale, Jonathan Pryce. Un film nel quale compare in un brevissimo cammeo persino la bellissima, celeberrima ex pattinatrice Katarina Witt.

Ronin possiamo definirlo un polar sui generis ambientato principalmente a Parigi e a Nizza con alcune riprese assai pittoresche e suggestive di Cannes e delle Alpi Marittime.

La trama, per quanto ingarbugliata e piena di risvolti narrativi dagli innumerevoli, sensazioni colpi di scena, possiamo sintetizzarla brevemente in questi termini:

un manipolo di spie, mercenari senza padrone (da cui il titolo della pellicola, infatti i ronin erano, nella cultura giapponese, i samurai caduti in disgrazia dopo la morte del loro signore) si riuniscono segretamente in un garage parigino.

Al fine di unire le loro forze e le loro esperienze in campo militare per operare una bellicosa strategia e riuscire, tutti assieme, a rubare una valigetta dal contenuto misterioso in possesso di un capo malavitoso della mafia russa.

Ebbene, non ci dilungheremo, come detto, a descrivervi dettagliatamente per filo e per segno l’intero intreccio. Anche perché sarebbe quasi impossibile, visto che, in questo gioco di spie dalla duplice, ingannevole identità, le carte vengono mescolate più volte interminabilmente.

Il veterano John Frankenheimer si dimostra ancora insuperabile maestro delle scene automobilistiche, regalandoci almeno due sequenze d’antologia con un paio d’infiniti, furibondi, adrenalinici inseguimenti forsennati, spasmodici e funambolici.

Le ottime interpretazioni di tutti gli attori fanno egregiamente il resto e la coppia De Niro-Reno, per la prima e sinora unica volta assieme sullo schermo, è sfavillante.

Infine, la bella, atmosferica fotografia di Robert Fraisse contribuisce altresì a rendere Ronin una perlacea pellicola eccezionale.

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