Archivio film Cinema News — 18 dicembre 2014

Titolo originale: Frank
Regia: Lenny Abrahamson
Sceneggiatura: Peter Straughan, Jon Ronson
Cast: Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal, Scoot McNairy, Michael Fassbender, Carla Azar, François Civil
Musiche: Stephen Rennicks
Fotografia:James Mather
Costumi: Suzie Harman
Produzione: Runaway Fridge Productions, Element Pictures, Film4
Distribuzione: Magnolia Pictures
Nazionalità: Gran Bretagna, Irlanda, Stati Uniti
Anno: 2014
Durata: 95’

Frank è il nome del cantante solista di un gruppo rock sperimentale dall’impronunciabile nome Soronprfbs che trova in Jon, giovane impiegato con la passione per la musica e la certezza di essere un buon compositore, il nuovo tastierista con cui ritirarsi tra i boschi d’Irlanda per incidere il primo album della band. Sarà proprio il nuovo componente del gruppo, aiutato dal suo costante ricorso alle piattaforme digitali, a stravolgere gli equilibri interni e a portare la band non solo oltreoceano ma, soprattutto, oltre i limiti sociali e anticommerciali entro i quali questa lasciava divampare e crescere la propria identità.

Sotto la regia di Lenny Abrahamsone la sceneggiatura di Straughan e Ronson Frank, nella sua unicità, racchiude in sé principalmente tre artisti.

Van Vliet, leggenda del rock sperimentale conosciuto come Captain Beefheart e contrario alla commercializzazione della propria musica. Chris Sievey, musicista noto per portare, oltre al nome Frank Sidebottom (di cui lo sceneggiatore Ronson fu tastierista), una grande testa di cartapesta. Daniel Johnston, bipolare e maniaco-depressivo che vive nei suoi testi visionari e nelle sue musiche incise in garage su audiocassette o in luna park itineranti.

Queste le tre anime di Frank. Queste le influenze musicali della colonna sonora realmente eseguita dagli attori. Questi i tre tributi di Abrahamson.

Una, invece, la domanda di fondo: da dove deriva il talento?

Spesso, un assunto ritenuto alla base della genialità di un artista è quello secondo cui questi tragga la propria ispirazione e incisività da traumi o tormenti che ne hanno scosso la vita.

Spesso, quando ci rendiamo conto di non riuscire a produrre nulla di artistico, guardiamo a chi ce l’ha fatta con la convinzione che questi sia stato agevolato da chissà quali straordinarie esperienze.

Spesso, guardiamo a questa persona, a questa icona, non solo come si fa con qualcuno che vive al di fuori della realtà ma come se fosse l’unico folle del gruppo o, se non altro, il più folle.

Poi arriva Frank.

Frank canta su testi non sense, almeno apparentemente, senza preoccuparsi di avere qualcosa di sensato da dire. Suona tra gli echi dei Velvet Underground e di Jim Morrison ma non solo, stordisce con quella che definisce “la sua canzone più orecchiabile di sempre”, crea i propri strumenti e una nuova notazione musicale, impiega più di un anno per registrare un album tra i boschi.

Si accompagna a un gruppo in cui il tastierista ha tentato il suicidio, il manager ha un’attrazione erotica e patologica verso i manichini, la suonatrice di teramin e sintetizzatore è una mina vagante che ferisce appena può, anche fisicamente, mentre la batterista e il chitarrista formano una coppia legata al gruppo ma slegata dal mondo.

Altro particolare, Frank dall’età di quattordici anni (ora ne ha una compresa “tra i trenta e cinquanta”) indossa una grande testa di cartapesta che non leva mai, neanche sotto la doccia.

Nessuno vede il volto di Frank. Né il gruppo, né noi, né Jon, che spinge perché Frank sia conosciuto dal mondo e si commercializzi, che codifica i propri pensieri in hashtag pubblicati su Twiter e sovraimpressi sul nostro schermo e proietta ciò che vive durante la registrazione dell’album sulla piattaforma mondiale di YouTube, invadendo di schermi nello schermo le scene di Lenny Abrahamson.

Sarà Jon a spostare il baricentro del gruppo, facendolo uscire dalla propria consolidata e personalissima orbita nel tentativo di introdurlo in quella del mercato discografico, dei fan, dei cosiddetti follower, disgregando la band e allontanandone i membri sempre più da quel sole che è Frank, che è l’onestà intellettuale e creativa verso cui gravitavano.

Questo stesso film, presentato all’ultimo Sundance Film Festival, gravita attorno a Frank, a quella testa che all’inizio ti colma gli occhi ma a cui poi non presti più attenzione, che puoi riempire di immaginazione, genialità, follia, che copre espressioni facciali che lo stesso Frank non manca di sottotitolare a voce (“sorriso lusingato, seguito da un timido mezzo sorriso”), che è più vera di quelle scavate nella carne.

Momenti commuoventi si alternano ad altri divertenti e ancora ad altri grotteschi e pungenti, come quando Abrahamson vede e rilancia la celebre scena della dispersione delle ceneri de “Il Grande Lebowski”, in un film che gode di un’ottima prova di attori e di una assolutamente godibile colonna sonora, che vive dell’energia del gruppo e che per questo risente un po’ della sua sfaldatura nella seconda parte.

Ma se l’equazione iniziale di Jon rendeva direttamente proporzionali sofferenza e doti creative, al pari di serenità in periferia e vuoti compositivi, il finale ribalterà i suoi calcoli.

In apertura, infatti, Jon abbozza dei testi, in cui chiede alle onde “che cosa gli stiano portando” (la risposta diegetica sarà il tentato suicidio, per annegamento, del tastierista dei Soronprfbs), poi “dove lo stiano portando” (e la risposta sarà: prima in Irlanda, poi in Texas), per chiedere infine a un “angelo di portarlo via da quelle scatolette di periferia” che sono le case del suo quartiere. Sul finale, il regista lo riporterà in una situazione esattamente speculare: la strada di “scatolette”percorsa ogni giorno verso casa a inizio film sarà in tutto e per tutto uguale a quella che lo porterà verso l’abitazione di Frank dove troverà un’inaspettata serenità domestica al pari di quella creata dalla sua famiglia, annullando il fattore ambientale su cui tanto contava.

Jon vede infatti nell’erroneamente ipotizzata infanzia triste e nella malattia mentale del cantante il motivo della sua genialità ma soprattutto, il proprio alibi per non averla ancora raggiunta. Ma la chiusa del film lo smentirà, con semplicità, quando i genitori di Frank gli sveleranno che “la sofferenza non c’entra con la musica”. Semplicemente, c’è chi ha talento e chi no.

E tutto riparte da dove era cominciato. Dopo che Jon ha generato il caos spezzando il cerchio (ovvero il gruppo), questo si richiude (ricomponendosi) e si schiaccia nell’ellissi che orbita sì attorno a Frank ma che rivela quanto a sua volta sia il gruppo a sostenere il suo moto, in una dichiarazione d’amore finale in cui, come di consueto, le parole intonate da Frank si mischiano nella grafica per confondersi nel percepito: “I love your wall, I love you all”.

Era l’amore che Frank cercava, era su tutto che Frank poteva scrivere ma era solo con il suo gruppo che poteva avere tutto ciò.

 

 

 

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