Archivio film Cinema News — 28 ottobre 2016

Regia: Francois Ozon
Soggetto: Tratto  L’uomo che ho ucciso (Broken Lullaby) diretto da Ernst Lubitsch
Sceneggiatura: Francois Ozon
Fotografia: Pascal Marti
Montaggio: Laure Gardette
Musiche: Philippe Rombi
Scenografia: Michel Barthélémy
Interpreti: Paula Beer, Pierre Niney, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Ciryelle Clair
Produzione: Mandarin Cinèma, X-Filme Creative Pool
Origine: Francia
Anno: 2016
Durata: 113 minuti

La Grande Guerra vista da una casa borghese in Germania. Del resto  ispirandosi a L’uomo che ho ucciso diretto da Ernst Lubitsch nel 1932 a sua volta tratto dal lavoro teatrale L’Homme que j’ai tué di Maurice Rostand,  Ozon vive la sua regia come un’avventura, un percorso di cui non vedi la destinazione, contrariamente a ciò che accade nei film di Roberto Rossellini. In una Germania frutto di macerie materiali e morali, Anna (l’ottima Paula Beer vincitrice del Premio Mastroianni a Venezia 73 ), dopo l’elaborazione del lutto per la perdita dell’amato Frantz, si fa sedurre dal francese Adrien, osteggiato dai concittadini tedeschi della ragazza. Qua il regista è abile nel camuffare il dovere di cineasta classico con il diritto di narrare storie classiche e in apparenza neutrali rispetto alla bagarre ideologica. Con Frantz l’autore fa un ulteriore passo avanti, disegnando una spirale la cui traiettoria si allarga ai temi bellici, della xenofobia e dell’ambiguità. Come in altri suoi film la vita riserva gioie e dolori: la protagonista la sperimenta sulla propria pelle. Immagini queste che come in una Una stagione all’inferno di Rimbaud continueranno a scaldare il cuore dei non riconciliati, nel noto mix di tormento ed estasi, finché gli occhi non stancano solo per vedere cinema che ricalca pedissequamente e inutilmente quello del passato. Le inquadrature di Ozon diventano autentiche pitture espressioniste che si stravolgono nel bianco e nero, quasi si trattasse di un campo lungo cinematografico distaccato e analitico, in cui l’angoscia postbellica è resa benissimo dal lutto familiare.

La forza di Frantz è di renderci sensibile tutto ciò che ha di irrazionale e di potenziare la passione dell’amore vero; di descriverci pazientemente tutta la forza tragica che l’ambiente sociale può secernere riguardo all’amore. Con grande finezza Ozon descrive una vicenda di sofferenza femminile, spleen melodrammatico e disprezzo verso l’altro (il nemico tedesco) che colma la narrazione dall’inizio alla fine. Il cineasta ha individuato miracolosamente l’unica strada possibile per sollevare la materia: il bianco e nero. Pur con qualche eccesso calligrafico e con sbilanciamenti nella ricostruzione storica, il film riesce così nell’obiettivo di essere un ritratto realistico del controverso rapporto fra Francia e Germania.

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