Archivio film Cinema Libri News Registi — 14 Ottobre 2020

Se non è forte, non è deliziosamente violento e non lascia il segno allora non si può parlare di horror. Un genere fatto di innumerevoli storie – influenzate da fatti reali o frutto di fervida fantasia – in cui il virtuosismo della fotografia e delle scelte registiche si fanno portatori di un genere che volge – quasi sempre – al massacro. In un ottica critica “Frontiers: Il cinema horror franco-belga degli anni zero” è un libro che si approccia in modo diretto e coeso ad una nicchia di registi d’oltralpe trattando, senza mezzi termini, approcci, tematiche e stili che a modo loro hanno caratterizzato l’horror in tutte le sue sfumature. Curato da Fabio Zanello, Frontiers raccoglie una serie di saggi – per la precisione tredici – scritti da: Danilo Arona, Rudy Salvagnini, Gian Luca Castoldi, Aurora Auteri, Elisa Torsiello, Francesco Saverio Marzaduri, Michele Raga, Davdie Ottini e dallo stesso Zanello.

Uscito lo scorso settembre per le edizioni Shatter, il libro rappresenta un viaggio dettagliato che ci accompagna   all’interno di un universo, tendenzialmente di nicchia, in cui la “parte orrorifica” convive con tematiche di carattere politico e non solo. Nel caso di “Frontiers”, film di Xavier Gens che omaggia l’hooperiano “Non Aprite quella Porta” si inserisce una componente politica data sia dalle predilezioni naziste di uno dei carnefici che dal caos sparso in città dal Front National. Il regista che non si tira certo indietro nel mostrare cruenta violenza della più dura, ma è anche colui che – come scrive Arona – insieme ad altri tre grandi come Laugier e il duo Bustillo/Maury ha contribuito alla rinascita dell’horror francese.

Se parliamo di rinascita e affermazione non si può fare altro che soffermarsi a riflettere come la Francia abbia sempre mantenuto dei netti confini nei confronti del cinema di genere rispetto al più considerato d’autore. In questa prospettiva Zanello tratta la questione a piccoli passi, snocciolando – uno dopo l’altro – registi che hanno contribuito a modo loro nella definizione di un “horror di patria” dando forma all’arte piuttosto che alla paura.

C’è chi invece preferisce destare nello spettatore forti emozioni come il duo Bustillo-Maury (“À  l’Intérieur”, “Livide””, Aux Yeux des Vivants”, “Leatherface”) che predilige un’attenzione a rivoluzionare il ruolo femminile all’interno dell’horror. La donna è tutt’altro che una dolce creatura spaurita e vittimizzata: ha una forte componente violenta, sa sopravvivere, è carnefice ed è vendicativa! Allo stesso modo la donna è anche una creatura che si rende conto di una inaspettata condizione… La Justine di “Grave” ( titolo originale di “Raw”) diretta da Julia Ducournau e la Jen di “Revenge” diretta da Coralie Fargeat incarnano perfettamente le caratteristiche sopra citate. È un “male necessario” come scrive Aurora Auteri quello con cui ci si rapporta in Grave ma potrebbe esserlo anche in Revenge dove la presa di coscienza di una lotta all’ultimo sangue scatena la violenza della protagonista “oltre il limite”.

Non vi sono dubbi , il lettore è portato a orientarsi tra una diversità di stili e di scelte rappresentative. Ogni capitolo segue la propria strada tentando la curiosità, sia a proseguire che a vedere tutti quei film che mancano all’appello personale di chi legge. Scorrendo le pagine ci si imbatte contro molteplici direzioni: dalla Parigi inghiottita dagli zombie di “La notte ha divorato il mondo” e di “The Horde”, per la scuola abbandonata di “Climax”, nella casa in cui si consuma la “revenge story” raccontata da Laugier, fino a giungere tra le colline del New Mexico accompagnati – questa volta – da Alexandre Aja. Quest’ultimo, è tendenzialmente il remake fedele del famosissimo film di Craven in cui Castoldi fa notare la tendenza del regista a evidenziare la violenza dei carnefici come un derivato degli esperimenti nucleari. Incentrando l’attenzione sull’universo dei mostri, va notato come nel libro vengano citati film francesi con presenza di zombie o presunti tali – sarebbe meglio dire somiglianti per portamento – i quali portano lo spettatore a fare i conti con le proprie paure, soprattutto se proiettate attraverso gli occhi del Sam rinchiuso tra le mura di una casa per sfuggire alla caccia, o addirittura assistendo alle paranoie di un trip psichedelico e paranoide come quello che mostra Noé. Ognuno dei film rappresentati esplora tematiche che vanno molto più in profondità, siano esse l’isolamento derivato da condizioni sociologiche della modernità  oppure delle rappresentazioni di mostri incredibilmente scaltri e veloci.

In ogni sua declinazione si parla di un genere franco-belga che attinge sia dalle efferatezze storiche in Francia e Belgio, sia da registi che hanno fatto storia (Craven, Romero, Hooper).

Che si ami la violenza pura o che si preferisca un pizzico di soprannaturale, resta il fatto che Frontiers conduce in un regno oscuro, concedendo al lettore la possibilità e la curiosità di “ri-vedere” ognuno dei film citati con i propri occhi, concedendo i mezzi necessari per puntare lo sguardo dove tendenzialmente si ha (forse) più timore di guardare.

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