Cinema News — 16 Agosto 2015

Titolo originale: Bai Ri Yan Huo
regia: Diao Yinan
sceneggiatura: Diao Yinan
fotografia: Dong Jingsong
montaggio: Yang Hongyu
musica: Wen Zi
interpreti: Liao Fan, Gwei Lun Mei, Wang Xuebing, Wang Jingchun, Yu Ailei
produzione: Omnijoi Media Corporation Jiangsu, Boneyard Entertainment China (BEC), China Film Group, Jiangsu Omnijoi Movie
origine: Cina
anno: 2013
durata: 110 minuti

 

Presentato con successo alla Berlinale 2014 – Orso d’oro per il miglior film e Orso d’argento all’attore protagonista – il noir cinese di Diao Yinan gioca con i topoi del genere depurandoli da ogni esibita spettacolarità, limando e sottraendo, per descrivere con un linguaggio scarno ed essenziale, ma sottile, attento, teso, un mondo liminale e disperato, dove ogni cosa si consuma in un grigiore perenne fatto di miseria, malinconia e solitudine.
Sceneggiatore oltre che regista, Diao Yinan intreccia una narrazione densa e articolata, entro la quale si incrociano, nel corso del tempo, le vicende dei personaggi: un poliziotto solitario e un po’ rude, deciso a scavare fino in fondo nel torbido e a vendicare alcuni compagni; una donna che lavora in una squallida lavanderia, all’apparenza fragile e remissiva ma capace di incarnare alternativamente il ruolo di vittima indifesa e quello di misteriosa – benché atipica – femme-fatale; un assassino spietato che sparge in tutto il paese gli arti mozzati delle sue vittime, nascondendoli sotto mucchi di carbone.

Con Fuochi d’artificio in pieno giorno – questo il titolo del terzo lungometraggio di Diao Yinan – il regista si diverte a rivisitare elementi, modelli, motivi ricorrenti del thriller che subiscono una metamorfosi più di forma che di sostanza. Sangue, inseguimenti, bugie, segreti, macabri ritrovamenti: gli ingredienti ci sono tutti, e a ben guardare non sono nuovi. Eppure, il modo in cui vengono proposti e messi in scena concede poco o nulla allo spettatore, quasi che l’intento primario fosse quello di dare luogo a una mera fenomenologia del male volutamente sotto tono – in cui, di questo male, si racconta soprattutto la banalità e la quotidianità – che prende forma senza enfasi e ampollosità, e forse proprio per questo risulta credibile e autentica.

Più che la vicenda in sé, i delitti e le dinamiche narrative, del film vincitore della Berlinale restano impresse le atmosfere: la povertà quasi angosciosa degli ambienti, i paesaggi urbani nevosi e grigiastri, le montagne di carbone nere e polverose. A dispetto del titolo, che evoca luci, rumori, movimento, quello di Diao Yinan è un film che restituisce un mondo opaco, ingannevole, sofferente dal quale ogni solidarietà sembra essere esclusa, e la verità si fa sempre più esile, incerta e inafferrabile.

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