Archivio film Cinema News — 06 giugno 2015

Titolo originale: Fury
Regia: David Ayer
Sceneggiatura: David Ayer
Fotografia: Roman Vasyanov
Montaggio: Jay CassidyDody Dorn
Interpreti: Brad Pitt, Logan Lerman, Shia La Beouf, Michael Peña, Jon Bernthal, Jason Isaacs
Produzione: David Ayer
Distribuzione: Lucky Red
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 134 minuti

Germania 1945 verso la fine della II guerra mondiale. Il carro armato americano “Fury” avanza nelle linee nemiche con la missione di arrecare gravi perdite all’esercito tedesco. L’equipaggio è composto dal sergente Collier, Boyd, il messicano Gordo, Grady e dalla recluta Norman.

Nel film di guerra le differenze di classe sono state spesso una questione anche topologica, separazione di spazi la cui organizzazione rifletteva quella della comunità. La finzione cinematografica ha più volte evidenziato tale aspetto, erigendo barriere, delimitando confini, rimarcando insomma i conflitti generali delle disparità sociali.

Il film di David Ayer, distribuito con un certo ritardo nel nostro paese, estremizza queste convenzioni narrative e nello stesso tempo le ribalta, preoccupandosi di rendere la caratterizzazione dei personaggi non troppo stereotipica, ma anzi basando la propria metafora su elementi di forte riconoscibilità: il mondo claustrofobico e corazzato del “Fury” è come un ventre materno, allestito dall’ archeologia industriale e dall’ industria bellica; il mondo fuori della Germania nazista è un apocalisse buia, dove anche un ragazzino può rappresentare una minaccia per gli americani esattamente come nelle guerre del Golfo, costantemente filmato da una luce monocromatica della fotografia di Roman Vasyanov. Lo spazio del mezzo corazzato diviene un racconto di formazione per il pivello Norman legato ad un viaggio reale, allo spostamento in uno spazio fisico quello di un paese che ha scatenato un nuovo conflitto mondiale in nome del pangermanesimo. Il sergente Collier (Brad Pitt pure produttore esecutivo) prende Norman sotto la sua egida in maniera paterna, anche se il resto dell’equipaggio schernisce il nuovo arrivato e non gradisce il legame affettivo . Norman uccide il suo primo nemico, fa l’amore con una tedesca e impara la dura legge della sopravvivenza. Anche se chiaramente è molto più di un film d’attori, meglio “Fury” è un film d’azione che non si espande ma si contrae, perché i suoi elementi salienti la Germania, e la caccia al crucco, sono dominati dalla disperazione  di debellare una minaccia .

Potremmo tranquillamente affermare che gran parte della riuscita di questo war movie è dovuta alla dialettica staticità/dinamismo nello sviluppo narrativo, di cui il “Fury” con le sue soste e i movimenti, è vettore assoluto. Una metafora appassionante di due mondi antitetici, espressione di una condizione privilegiata e sottomessa, a dimostrazione di quanto ancora certo cinema americano che occhieggia a quello classico, trovi soluzioni immediate ed efficaci per contestualizzare l’anti-eroismo dei personaggi. IL film restituisce genuinamente, visivamente e in maniera johnfordiana (pensiamo ad un film come La pattuglia sperduta) il fascino torbido di una primordiale ossessione, del reale ridotto ad una catica profusione di forze, istinti brutali e dinamismi energici.

Vuoi vedere che i film prodotti dalle star hollywodiane cominciano a possedere l’anima.

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