Archivio film Cinema News — 01 maggio 2017

Titolo originale: Ghost in the Shell

Regia: Rupert Sanders

Soggetto: Ghost in the Shell, manga di Masamune Shirow

Sceneggiatura: Jamie Moss, William Wheeler

Cast: Scarlett Johansson, Takeshi Kitano, Pilou Asbæk, Michael Pitt, Juliette Binoche, Rila Fukushima

Fotografia: Jess Hall

Montaggio: Neil Smith, Billy Rich

Musiche: Clint Mansell, Lorne Balfe

Produzione: DreamWorks Pictures, Paramount Pictures, Arad Productions, Amblin Partners, Reliance Entertainment

Distribuzione: Universal Pictures

Nazionalità: USA

Anno: 2017

Durata: 106’.

In un prossimo futuro gli esseri umani possono ricorrere alla tecnologia per riparare, o addirittura potenziare il proprio corpo con degli innesti robotici. Il maggiore Mira Killian – soldatessa a capo della sezione Sicurezza Pubblica numero 9, un’organizzazione antiterrorismo cibernetico gestita dalla Hanka Robotics – a seguito di un terribile incidente mortale, vedrà addirittura il suo corpo interamente ricostruito grazie all’intervento tempestivo della dottoressa Oulet, anche lei facente parte della stessa organizzazione. Grazie alle sue capacità fuori dal comune, Mira sembra essere l‘unica in grado di contrastare l’attacco di Kuze – un misterioso e pericolosissimo terrorista cibernetico in grado di insinuarsi nelle menti dei cyborg e controllarne le azioni dall’esterno – un nemico che da tempo sta seminando panico e disordine in tutta la città.

Regia di Rupert Sanders che, a cinque anni di distanza da Biancaneve e il cacciatore (Snow White and the Huntsman, 2012) torna dietro la macchina da presa per dirigere quella che può tranquillamente definirsi una vera e propria patata bollente. Per chi non lo sapesse, Ghost in the Shell è tratto dal manga e dal lungometraggio animato omonimi (Kōkaku kidōtai), il primo disegnato da Masamune Shirow nel 1991 e il secondo diretto dal Oshii Mamoru nel 1995, entrambi pietre miliari della storia del manga e dell’anime giapponesi. In particolare, il film diretto da Oshii nel 1995, oltre ad essere uno dei più celebri cyberpunk di tutti i tempi (che tra l’altro ispirò i fratelli Wachowski per la realizzazione di Matrix), rappresenta uno dei punti di svolta dell’animazione nipponica recente, incarnando – assieme ai controversi Neon Genesis Evangelion (Shin Seiki Evangelion, 1995) e serial experiments lain (1998) – il nuovo corso dell’animazione giapponese contemporanea – denominato Second Impact – caratterizzato da tematiche più introspettive e dall’introduzione dell’animazione al computer affiancata a quella tradizionale. Il Ghost in the Shell di Oshii vedeva al centro della vicenda il maggiore Motoko Kusanagi, un cyborg fabbricato per comandare la Sezione 9 (nessuna derivazione umana, quindi), e impegnato nel contrastare l’attacco del Signore dei Pupazzi, un hacker pericolosissimo che in seguito si rivelerà un’intelligenza artificiale sfuggita al controllo dei suoi creatori. Quando questi entrerà in connessione con Motoko chiedendole di donarle il suo corpo e di unirsi a lui per far “nascere” una nuova entità cibernetica, la soldatessa robot inizierà ad interrogarsi sull’eventuale perdita della propria identità in seguito a questa sorta di “fusione” e di conseguenza ad interrogarsi a proposito della sua condizione di essere cibernetico dotato (o meno) di coscienza.
Anche solo leggendo la trama qui brevemente riassunta, si capisce bene perchè Kōkaku kidōtai – Ghost in the Shell sia uno degli anime più controversi, complessi e affascinanti della storia recente, diretto da uno dei registi più rappresentativi e visionari del Sol Levante.
Ora, facciamo finta che gli elementi di questo anime (intelligenza artificiale, futuro distopico, cyberpunk, sezione antiterrorismo…) siano come dei mattoncini lego. Se con questi mattoncini Oshii era riuscito a costruire un aeroplano, il buon Rupert Sanders – sicuramente spinto da esigenze commerciali imposte dall’alto, ma anche da occidente – se ne esce con un’automobile. O forse con una casetta. Nel film di Sanders, Mira conserva il suo cervello umano (e quindi la sua anima) all’interno di un guscio meccanico che riproduce le fattezze di una donna occidentale e, forse per colpa delle medicine che prende quotidianamente, inizia ad avere allucinazioni così frequenti e sistematiche da credere che possano essere frammenti di ricordi di una sua vita che sta sparendo nella sua mente. A metterle la pulce nell’orecchio è Kuze, un altro cyborg dotato di “anima”come lei (ma pieno di imperfezioni, un esperimento non riuscito) che per qualche motivo ce l’ha a morte con la Hanka Robotics. Il film di Sanders prende la piega pseudo romantica di un valzer futuristico ballato dai due protagonisti outsider, una danza mirata al recupero di un ricordo perso fra le pieghe delle loro anime incastrate in un corpo senza carne. Delle sublimi prese di coscienza delle menti artificiali presenti nel film di Oshii neanche l’ombra. Il collante è dato da un triste e sterile citazionismo estetico che sembra godere nel riprodurre nei minimi dettagli alcune sequenze del cartone animato (il risveglio di Mira al mattino, seduta sul suo letto; l’inseguimento e il combattimento nella pozzanghera con la mantellina “invisibile”; l’attacco della geisha-cyborg…).
Non sono qui per dire che questo film non è all’altezza dell’anime giapponese precedente. Ma sicuramente bisogna dire che sarebbe stato più onesto scrivere “liberamente” tratto da… Per quanto mi riguarda, l’attesa per l’uscita del film dal vero di Ghost in the Shell si è infatti ridotta al rumore di pernacchia che fanno i palloncini quando si sgonfiano, proprio nel momento in cui mi sono reso conto di essere di fronte all’ennesimo rimaneggiamento USA di un capolavoro giapponese (leggi: troppo complicato e culturalmente distante) come nel caso dei vari Dragon Ball Evolution (2009) o Pacific Rim (2013).
Se invece devo analizzare il film in sé, senza riferimenti ai suoi predecessori, devo dire che nel complesso è un bel prodotto. Ottima la fotografia, effetti speciali grandiosi, musiche coinvolgenti (anche se il perdurante e sottile citazionismo delle atmosfere di Kenji Kawai è evidente – senza contare che nei titoli di coda è presente proprio Making of Cyborg, la musica di apertura dell’anime) e una splendida Scarlett Johansson, adattissima per il ruolo e abile nel riprodurre le acrobazie della Motoko Kusanagi dell’anime (un po’ troppo mascolina la sua camminata, invece).
L’unica nota stonata di questo film è forse proprio il film stesso. Trasportando nel 2017 un anime futuristico realizzato nel 1995 ( e tratto a sua volta da un manga del 1991), Sanders ha messo in scena un prodotto che si può tranquillamente definire anacronistico. Il fatto è che il futuro alla Blade Runner – il futuro ipertecnologico, eccessivo, notturno, al neon, con iperboli visive e concettuali dal grande impatto (gli innesti oculari, i potenziamenti organici) – è una visione che appartiene ormai al passato, al pubblico degli anni ’80 – ’90 che si è entusiasmato guardando Johnny Mnemonic e, in parte, anche a Matrix. Il futuro di noi che già nel futuro ci viviamo (il Ghost in the Shell originale era ambientato nel 2029, tra poco più di dieci anni) è più modesto, silenzioso, ovattato, banale, camuffato – basti vedere Lei (Her, 2013), in cui la Los Angeles ipertecnologica amministrata dai sistemi operativi è abitata da hipster con occhialini, polo e baffetti alla Wes Anderson, e in cui il tema centrale non è l’annosa questione del rapporto fisico e spirituale tra uomo è macchina, bensì la tragica fragilità della condizione umana aggravata da una pericolosissima malattia, ovvero la solitudine endemica.
Si può dire che il futuro di Ghost in the Shell è proprio fuori moda. Si può dire, più in generale, che fare adesso un film tratto da Ghost in the Shell non ha senso. Sembra l’ennesimo remake di cui non si sentiva il minimo bisogno, come moltissimi ce ne sono stati negli ultimi anni – come i vari Atto di Forza (Total Recall, 2012), Robocop (2014) o Ghost Busters (2016) – una manifestazione, a mio parere, di una tendenza contemporanea a guardare al passato con nostalgia a causa dell’incapacità di riuscire a immaginarsi un futuro radioso o quantomeno “altro”. E il sentimento che questo stridore visivo ha scaturito in me è stato quello di una grande tenerezza.
E non so se sia proprio un bene.

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