Archivio film Cinema News — 05 Ottobre 2018

Il sogno di diventare donna per una quindicenne nata in un corpo da uomo, in un film sull’impazienza della giovinezza e la riappropriazione sessuale come affermazione di identità e scavo dell’anima. In “Girl” il volto di Lara è sovente in primo piano, e così il suo corpo, magro, provato, teso come il racconto sorprendente e frontale di Lucas Dhont, che con pudore mostra la vita del quindicenne transgender il cui diventare donna è anche, come dice il padre amorevole e responsabile, “una questione di pazienza”. Attesa e silenzio per i comportamenti di Lara, che vive assieme al padre e al fratellino, entrambi pronti a viaggiare e spostarsi per accarezzare e sostenere la scelta dell’adolescente, dal sorriso radioso anche nei momenti meno facili. Affrontano assieme le visite mediche, mostrano pazienza e partecipazione ai silenzi che avvolgono le decisioni più estreme ma necessarie, come quella della cura di ormoni in attesa dell’intervento chirurgico che potrà avvenire soltanto se Lara riuscirà a mantenersi in salute e a non tormentarsi il fisico e l’anima. Il racconto limpido segue Lara in ogni movimento, nelle splendide sequenze di danza segnate dal rigore che si autoinfligge per arrivare sino in fondo al suo sogno, quando la disciplina può essere troppo severa e non condurre a quell’armonia che rimane tra le suggestioni in controluce di una persona che come lei sogna un cambiamento enorme ma irrinunciabile. Una disciplina che la conduce al dolore fisico e scelte di isolamento, nell’attesa di essere pronta fisicamente al cambiamento atteso e desiderato, e per il quale si rinviano i confronti emotivi, l’amore con i coetanei, le affermazioni chiare e nette che tante volte sono lo squillo dell’adolescenza che così reclama i suoi desideri. La danza a cui si sottopone non è colta con i passi del martirio come capita di vedere nel cinema più edificante, e la regia di Dhont scava nel visibile offrendoci quei momenti di imbarazzo e silenzio di cui la vita di Lara è colma. Toccante l’interpretazione fisica e in controluce di Victor Polster, i cui silenzi e sorrisi sospetti proiettano nell’altrove di un tormento che diviene palpabile, e splendida la sequenza i cui la compagna più altezzosa del corso di danza, ad una festa, chiede con le altre di poter vedere il suo sesso: un disagio che il film esprime senza retorica e senza scadere mai nel ricattatorio. Anzi, il film osa senza essere anche ostentatamente provocatorio, ricordando quanto sia necessario relazionarsi con il corpo e come per alcune persone il silenzio possa nascondere tormenti ben dissimulati. E’ attraverso il corpo che si fa strada la verità del cambiamento e il film ce lo suggerisce in dettagli e attenzioni di garbo e intensità. Il rapporto tra il padre e questo ragazzo dal volto di ragazza, è un modello non stereotipato di delicatezza e comprensione. Un padre accogliente, intuitivo, pronto a cogliere nei silenzi di Lara momenti che si traducono in significati non scontati. Silenzi di una recitazione, quella di Victor Polster che interpreta Lara, fisica e trattenuta, come un esercizio di implacabile naturalezza. Nella sorprendente riuscita di un film che non risparmia momenti di disperazione, un ritratto di persone che si compensano, scoprendosi e completandosi. La storia di un padre e di una figlia che è una relazione di amore e di crescita per entrambi, dove lui affianca affettuoso la dolorosa strada dell’identità della figlia e si aggrappa a quell’adolescenza che presto svanirà; nella consapevolezza che il tempo scorre e i cambiamenti fanno parte dell’esistenza, anzi ne restituiscono il segno insostituibile. Premiato con la Caméra d’or a Cannes per la migliore opera prima, “Girl” è un racconto che coinvolge e induce in chi guarda una riflessione autentica sul rapporto tra il corpo e il suo problematico mostrarsi.

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