Archivio film News Serie TV — 07 agosto 2017

Netflix si sta rivelando un variegato serbatoio di produzioni TV, in grado di offrire risposte a 360° ad una domanda sempre più massificata in materia di fruizione seriale. GLOW, acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling, è un salto temporale in 10 episodi nel mondo sportivo-spettacolare del wrestling e nei levigati, turgidi e bistrati anni ’80. La serie ideata da Liz Flahive e Carly Mensch nasconde sotto le parvenze celebrative e glamour un sintomatico spostamento della femminilità eighty, che da simulacro estetico diventa simbolo di umana sopravvivenza e autoconservazione. Il corpo femminile ginnico-sportivo è il giro di vite dell’industria culturale dell’epoca, che da corpo-slogan è diventato corpo-umanizzato, capace di soffrire, sudare e provare dolore con i vari Flashdance e Dirty Dancing.
In GLOW questo manipolo di disperate ragazze americane in crisi di lavoro e di sentimenti fanno del ring il proprio ombelico del mondo e attraverso la competizione sportiva riacquistano consapevolezza del proprio corpo e del proprio io.
Debbie Eagan dice: Attraverso il wrestling sento che il mio corpo appartiene a me. Questo è il focus principale dell’intera serie, riflettere sulla trasformazione teorico-politica del female body, creando un ponte tra la fisicità della lotta e la finzione dello show. Ruth Wilder attrice squattrinata che accetta di entrare nella compagine di wrestling femminile marca chiaramente il passaggio dal suo mondo ordinario verso un mondo stra-ordinario (per dirla alla Chris Vogler) quasi come il suo doppio maschile rinvenibile in Tootsie, in cui Dustin Hoffmann si femminilizza passando dagli scalcinati palchi ai lustrini soap della TV.
La televisione, quel gigante timido di cui parlava McLuhan, è il trucco glam che permette alle eroine di GLOW di diventare qualcuno,mentre il ring è il doppio di una società messa alle corde in cui si consuma la sfida fisica del quotidiano, parodizzando conflitti mondiali, tra guerre fredde, welfare e protezionismo americano vs terrorismo islamico.
L’epica reaganiana anti-URSS condensata nei bicipiti oleati di Rocky e Ivan Drago, cede il passo ad uno sberleffo femminista con l’invenzione di Stoya the Destroya, sorta di Ninotchka del ring interpretata da Ruth. Tutte le gimmick adottate dal mondo del wrestling sono delle carnevalizzazioni per un divertimento globale che è il trionfo del politicamente corretto e del populismo per famiglie.
Anche GLOW non si sottrae a questo buonismo rinfrancante, ma bisogna tener presente che il maquillage e le frizzanti hits che accompagnano il viaggio delle neo-lottatrici sono la maschera per la loro tristezza esistenziale, affrontabile solo attraverso il gioco di squadra. La serie fila come un treno per tutte le dieci puntate con pochi cedimenti, regalando battute e invenzioni brillanti come nella migliore tradizione sitcom in rosa, di cui Alice resta un solido modello di riferimento.
A livello strutturale si nota l’abilità degli sceneggiatori nel creare un costrutto soap per poi farlo collidere con l’universo comedy. Resta esemplare l’incontro tra la teen punk Justine e la ritrovata figura paterna che si materializza nel regista-coach Sam, proprio quando lui sta per sedurla ascoltando Perry Como. Sequenza che esemplifica la convivenza di drammatico e comico mettendo a confronto il giovane e goffo corpo di Justine con quello scalcinato e alcolizzato di Sam. Questo è uno dei tanti Magic Moments della serie e GLOW risulta un’istantanea dai colori saturi che stinge nella tenerezza bianconera, relegata a fuoricampo dell’anima.
Il campo di battaglia è l’establishing shot su cui la vita continua a scorrere insieme allo show, tra le lacrime che fanno colare il bistro di un’età consapevole lungo la levigatezza di un corpo che ha finalmente ritrovato se stesso.

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