News Serie TV — 09 luglio 2014

In televisione la parabola camorristica di Gomorra, il romanzo di Roberto Saviano adattato cinematograficamente da Matteo Garrone, ci guadagna ancora di più. Anche se Saviano è intervenuto nella sceneggiatura, Stefano Sollima, il regista subentrato a Garrone, per fortuna è uno dei pochi nel nostro paese che sa analizzare il Male senza retorica e le sue conseguenze nei microcosmi. Una cifra stilistica e narrativa che lo rende autore a tutti gli effetti come il padre Sergio, specialista nei generi, visti anche i trascorsi cinematografici (ACAB) e televisivi (Romanzo criminale). Come nei poliziotteschi dei Settanta la giustizia qua è assolutamente contraddittoria e bastano le puntate imperniate sulla detenzione del boss Pietro Savastano (Fortunato Cerlino immenso) a trasfigurarla in un istituzione inerte e apatica. La serie in dodici puntate su Sky infatti racconta gli affari sporchi e i crimini di Savastano e dei suoi accoliti: il tirapiedi Ciro (Marco D’Amore), il figlio Gennaro (Salvatore Esposito) e la moglie donna Imma (Maria Pia Calzone).

La cronaca delle collusioni fra camorra, politica e finanza internazionale offre a Sollima il destro per tornare ai suoi temi congeniali. La periferia di Napoli viene scavata e dissezionata, arrivando alle propaggini di un male che fa parte del tessuto sociale e non risparmia niente. Il personaggio di Ciro richiama quello di un altro racconto di Saviano ossia Tatanka, storia di un pugile, sfuggito ad un destino nella camorra, che il regista Giuseppe Gagliardi ha portato mirabilmente al cinema nel 2011. Ciro cerca l’affermazione personale, affrontando di petto la criminalità e  nonostante mostra emotività, come quando gioioso si tuffa in mare dopo aver concluso una trattativa con la mala sovietica ed essere sopravvissuto alla roulette russa, mostra così barlumi di umanità. Anche l’istituzione sacra della famiglia, qui il clan Savastano, viene messa sul banco degli imputati con una rassegnazione superiore a qualsiasi altra produzione nostrana con Gennaro, che vive un rapporto sofferto con la madre, per la sua inadeguatezza verso gli affari di famiglia. La solitudine di questi malavitosi è lo specchio di una società senza valori, sono immersi in atmosfere rarefatte dalle dilatazioni temporali, punteggiati da foschi piani sequenza. Il regista non mutua la spettacolarità all’americana di altri suoi colleghi impegnati in fiction analoghe, ma il suo stile ellittico e sobrio ci ricorda quello semmai di certi polizieschi hong-konghesi.

Dato il grande consenso popolare ottenuto da Gomorra è prevista una seconda stagione e come nel caso di Romanzo criminale, Sollima si conferma eccellente talent scout nelle scelte di casting, poiché interpreti di razza come Fortunato Cerlino, Maria Pia Calzone e Marco D’Amore sono diventati celebri dopo anni di immeritato anonimato.

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