Cinema News — 26 marzo 2013

Lo scorso 7 marzo si è spento, all’età di 90 anni, uno dei più grandi maestri del cinema italiano (e non solo): Damiano Damiani. Un lutto passato stranamente quasi sotto silenzio, un silenzio che non rende giustizia all’illustre regista di Pordenone. Una carriera lunghissima, che ha percorso vari generi e stili dal 1960 ai primi anni Duemila. Una cinematografia in costante evoluzione, durante la quale ha affiancato all’attività di regista anche quella di soggettista e sceneggiatore, con eguale maestria. Damiani esordisce dietro la macchina da presa con alcune opere che richiamano un po’ il contemporaneo cinema psicologico-esistenzialista di Antonioni: Il rossetto, Il sicario, L’isola di Arturo, La rimpatriata, La noia.

Nel 1966, dirige il suo primo film di matrice politica, Quien sabe?, uno dei più bei western sulla Rivoluzione Messicana. L’impegno socio-politico diventa ancora più forte con la pellicola che è diventata un po’ il suo simbolo, cioè Il giorno della civetta (1968) con Franco Nero: tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è uno dei primi film ad affrontare esplicitamente il tema della mafia e delle sue connivenze con la politica. In questa fase, Damiani è però ancora legato a un cinema “vecchio stile”, dal sapore quasi neorealista e abbastanza lontano da quella che sarà l’autentica poetica del maestro, cioè la perfetta combinazione di “impegno” e “spettacolo”, l’unione di un discorso civile e politico con trame avvincenti e ricche di azione. La svolta, in questo senso, avviene nel 1971, con il bellissimo Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (sempre con Franco Nero, attore-feticcio di Damiani): un film che tratta in maniera ancora più sanguigna e coraggiosa i rapporti fra la mafia e lo Stato (tema scottante ancora oggi, figuriamoci all’epoca), senza rinunciare allo spettacolo (si pensi, per esempio, alla sparatoria iniziale). Confessione viene spesso considerato il primo autentico film poliziesco italiano, o comunque un ideale anello di congiunzione fra il cinema impegnato e il cinema di intrattenimento: lo stesso Damiani diventa così un simbolo di come la distinzione fra “cinema d’autore” e “cinema di genere” sia più che mai sottile. Nello stesso anno, il maestro prosegue il sodalizio con Franco Nero nel dramma carcerario L’istruttoria è chiusa: dimentichi, un crudo j’accuse sul sistema carcerario italiano e sulle lotte di potere (interne ed esterne ad esso). Damiani ha ormai trovato il suo stile personale (pressoché unico nel cinema italiano), che prosegue nel 1975 con il buon giallo politico Perché si uccide un magistrato e soprattutto nel 1977, con i due film che sono, secondo chi scrive, i suoi capolavori: Io ho paura e Goodbye & Amen. Io ho paura è uno dei più bei film italiani sul terrorismo e sui rapporti fra di esso e i servizi segreti, con uno straordinario Gian Maria Volonté, tanta suspense e una buona dose di azione.

Con Goodbye & Amen, Damiani mette in secondo piano l’impegno politico (comunque presente) e si concentra sullo spettacolo, dirigendo una spy story mozzafiato all’ombra della CIA, nella Roma degli anni Settanta. Facendo un passo indietro, bisogna segnalare due film molto particolari diretti in precedenza: Girolimoni, il mostro di Roma (1972), ricostruzione storica di un dramma giudiziario, e Il sorriso del grande tentatore (1974), un film d’autore un po’ anomalo nella produzione di Damiani.

Il 1979 è l’anno di un intenso dramma poliziesco a sfondo mafioso, Un uomo in ginocchio, con le interpretazioni strepitose di Giuliano Gemma e Michele Placido; lo stesso Gemma ritorna l’anno successivo in L’avvertimento, forse il film più “poliziesco” in senso stretto di Damiani, che stavolta inquadra i rapporti fra la criminalità organizzata e l’alta finanza. Gli anni Ottanta rappresentano un po’ un declino per tutto il cinema italiano, e Damiani è uno dei pochi a cavarsela, grazie alla sua solida esperienza: dopo la sfortunata parentesi con l’horror Amityville Possession (1982), realizza il notevole Pizza Connection (1985), uno dei pochi film polizieschi del periodo (insieme al contemporaneo Il pentito di Pasquale Squitieri), e il curioso dramma storico-religioso L’inchiesta (1986). In quel periodo è però la televisione che inizia a dominare, così anche Damiani vi si adatta, ma nel modo più cinematografico possibile: sua è la prima serie de La Piovra (1984) con Michele Placido, che mescola abilmente dramma, impegno e spettacolo, dando origine alla saga più celebre della tv italiana. L’ultimo film degno di nota, non certo per la sua bellezza ma anzi per il suo carattere incredibilmente trash, è Alex l’ariete (2000), tamarro e divertente film d’azione con l’inguardabile Alberto Tomba. Dimenticando quest’ultimo film, è innegabile la fondamentale importanza che Damiani ha avuto nella storia del cinema italiano, e voglio salutarlo richiamando quello che è per me il suo miglior film in assoluto: Goodbye & Amen, Maestro.

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