Cinema News — 13 aprile 2014

Titolo: Grand Budapest Hotel
Regia: Wes Anderson
Sceneggiatura: Wes Anderson
Fotografia: Robert D. Yeoman
Montaggio: Barney Pilling
Musica: Alexandre Desplat
Scenografia: Adam Stockhausen
Interpreti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Adrien Brody, Edward Norton, F. Murray Abrahams, Jeff Gold-blum, Mathieu Amalric, Willem Dafoe
Produzione: Indian Paintbrush, Jeremy Dawson per American Empirical Pictures, Scott Rudin, Scott Rudin Pro-ductions, Steven Rales, Studio Babelsberg, Wes Anderson
Distribuzione: 20th Century Fox Italia
Origine: Germania, USA
Anno: 2014
Durata: 100 minuti

Film d’apertura della 64^ Berlinale, l’ultimo apprezzato lungometraggio del talentuoso Wes Anderson rappresenta – soprattutto dal punto di vista stilistico – una mirabile summa delle sue eterne, squisite ossessioni figurative: studio esasperato dei cromatismi, onnipresenza di simmetrie e armonie geometriche, calcolata eleganza dei movimenti di macchina che diventano umoristicamente “ieratici”. E ancora: la miscela di reale e posticcio, con l’uso reiterato di modellini e simili – già visto in molte sue precedenti opere – si annuncia qui fin dalle prime inquadrature, mentre l’atmosfera giocosa e sognante – che gli elementi fin qui citati sono indispensabili a creare – domina il film per la sua interezza.

Ispirandosi all’opera dello scrittore austriaco Stefan Zweig – che raggiunse una grande notorietà tra gli anni venti e trenta – Anderson dà vita a un favoloso mondo immaginario. Siamo appunto negli anni  trenta, in un paese dell’Est Europa chiamato Zubrowka, dove l’elegante e raffinatissimo Gustave H. (un ottimo Ralph Fiennes, assolutamente perfetto nel ruolo) è il concierge del famoso Grand Budapest Hotel, immensa e imponente costruzione che sorge sul picco di una montagna.
Gustave ha un debole per le ricche e anziane signore che – si dice – si recano all’hotel solo per lui; quando però una di queste muore (Madame D., una Tilda Swinton piacevolmente grottesca) lasciandogli in eredità un preziosissimo dipinto seicentesco, Gustave viene accusato dalla famiglia di lei di aver sedotto e ucciso l’anziana signora. Sarà l’inizio, per lui, di una serie di assurde, rocambolesche e pericolose avventure che affronterà con la complicità e l’aiuto del fidato Zero (Tony Revolori, dall’aria affabile quanto smarrita), neoassunto fattorino del Grand Budapest.

Caleidoscopico e variopinto divertissement in cui più storie si intrecciano l’una con l’altra come in un gioco di scatole cinesi, il film è anche un sublime e rigoroso esercizio di stile; fascinoso tripudio scenografico in cui si rintracciano citazioni e riferimenti artistici a volte anche ironici (l’Art Nouveau, Klimt, Schiele), Grand Budapest Hotel strizza l’occhio anche al cinema di Ernst Lubitsch. A sostenere la divertente e spassosa operazione di Anderson troviamo poi un cast eccezionale: oltre ai già citati Ralph Fiennes e Tilda Swinton, il film vanta i nomi di Willem Dafoe, Adrien Brody, Edward Norton, Jeff Goldblum, Jude Law e Harvey Keitel.

Commedia avventurosa, fiabesca e surreale sempre sopra le righe, popolata da personaggi “cartooneschi” e caricaturali (valga per tutti l’indimenticabile “cattivo” nerovestito impersonato da Dafoe) questo film è anche e soprattutto un piacere per gli occhi, con le sue meravigliose pennellate di rosa, rosso e viola a saturare lo schermo.
In un miracoloso equilibrio di verità e finzione, il regista mette a far da sfondo alla sua fantasiosa storia le più cupe vicende del secolo breve, ed ecco che il rosa confetto dell’hotel si macchia del grigio e del nero delle divise naziste. In bilico tra farsa e slapstick, azione e avventura, il film di Anderson si muove sull’orlo dei generi ma fuori da ogni canone, miscelando finemente suggestioni, spunti e citazioni per comporre un’opera multicolore che porta il suo inimitabile, e ormai inconfondibile, marchio autoriale.

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