Archivio film Cinema News — 13 giugno 2017

Il corpo, la carne e la sessualità che ne deriva come tomba dei propri amplessi, in cui tumulare il desiderio dopo averlo soddisfatto con il piacere di pregustare la morte attraverso l’amore. Grave (tomba) è difatti il titolo originario di questo meraviglioso dramma iniziatico diretto dalla giovane Julia Ducournau, reintitolato a livello internazionale come Raw (crudo) titolo molto meno ficcante.

Presentato alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes 2016 dove è stato insignito del premio FIPRESCI, l’esordio registico della trentatreenne cineasta francese è un allegorico dramma sentimentale d’amour fou cammuffato da horror, che riflette sulla castrazione sentimental-sessuale delle generazioni informatizzate, ridotte a riversare il proprio spappolamento ormonale e affettivo in rivoli di asettica e incorporea virtualità. Grave è un conte érotique sadiano degli anni 2.0 con una ritrovata Justine che da vergine e vegetariana, passando per un corso universitario di veterinaria (con putrescenti dettagli da mattatoio che riportano al magnifico squallore di Calvaire di Fabrice Du Welz) si trasforma in una puttana cannibale, in parossistica controtendenza ai rapporti da chat.

Se la Maureen di Personal Shopper si masturbava indossando i simulacri della moda e chattava con la spettrale virtualità che ci circonda, Justine (Garance Marillier) rimossi i propri pudori ricerca il sesso attraverso l’eccesso della carne, il sangue, la morte che si confonde con l’orgasmo, le cicatrici di un’emancipazione erotica e i liquidi corporei che si fanno tutt’uno con la mise en scène, trasmutandosi in cromatismi pittorici da installazione vivente. Nel viaggio attraverso una corporalità rimossa e infine ritrovata e superata (traslata poi in memento mori) Justine arriva alla piena consapevolezza e utilizzo-mostrazione delle sue parti più intime. La vagina diventa concreta solo dopo il rituale-tortura della depilazione inflittale dalla sorella e i piedi, liberi dall’involucro borghese e casto dei calzettoni, si librano in una piena esibizione retifistica sotto le lenzuola.

Con Grave la Ducournau prosegue il percorso di perdizione adolescenziale presentato da Harmony Korine in Spring Breakers, se li vi era un totale affrancamento dai rituali cattolico-bigotti per cui l’omicidio rappresentava lo zenith speculare di una medesima ricerca interiore, qui le protagoniste assurgono alla ieraticità di puttane sante, in preda a un furore mistico che le trascina all’autosepoltura, nella consapevolezza di essere carne, materia animale e dopo aver appagato l’appetito sessuale c’è il silenzio della solitudine e della caducità ontologica. Da antologia la sequenza del risveglio di Justine vicino al compagno sbranato, sulle note di Ma che freddo fa di Nada. Forse il miglior non-horror di ultima generazione, sicuramente il capolavoro assoluto dell’ultima stagione cinematografica.

 

 

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