Archivio film Cinema News — 08 dicembre 2017

 

 

Regia: Michael Haneke
Genere: Drammatico

Sceneggiatura: Michael Haneke

Fotografia: Christian Berger

Cast: Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Mathieu Kassovitz, Fantine Harduin, Franz Rogowski, Laura Verlinden, Toby Jones.

Produzione: Stefan Arndt, Christopher Granier-Deferre, Michael Katz, Margaret Ménégoz, Olivier Père.

Nazionalità: Francia
Anno: 2017
Durata: 110 minuti

I Laurent sono una famiglia di ricchi industriali di Calais alle prese con una serie di problemi lavorativi e personali che li stanno mettendo in crisi: dall’azienda in perdita e a rischio penale per un grave incidente sul lavoro, al patriarca anziano che desidera morire, fino al figlio Thomas, medico divorziato che deve accudire Eve, la depressa e pericolosa figlia tredicenne rimasta sola da quando la madre è andata in coma per aver assunto una dose eccessiva di psicofarmaci.

Questo è in sintesi ciò che racconta “Happy End”, ultima fatica di Michael Haneke e film con cui il settantacinquenne regista austriaco sembra realizzare un compendio del proprio cinema.

Qui, nel narrare le tristi vicende dei Laurent, l’autore fa diversi riferimenti alle sue opere precedenti: così, se il patriarca invalido interpretato da Jean-Louis Trintignat pare provenire direttamente da “Amour”, le perversioni sessuali espresse da uno dei personaggi sono un chiaro rimando a “La pianista”, mentre le azioni della preadolescente ricordano vagamente quelle dei ragazzini de “Il nastro bianco” e rinviano inoltre al resto della filmografia del regista austriaco.

Il riferimento va in tal caso alle riprese che la tredicenne realizza con il proprio smartphone, le quali rappresentano uno sguardo quasi esterno e comunque giudicante sul mondo, e raffigurano indirettamente i temi del voyeurismo e della curiosità morbosa dello spettatore, tutte problematiche spesso affrontate dall’autore di “Funny Games”.

Una serie di elementi tematici e narrativi ricorrenti che il cineasta “aggiorna” però alla contemporaneità e alla più stretta attualità, come dimostrano i riferimenti alla crisi economica, alle morti bianche e ai migranti, ma anche a internet e al digitale, quest’ultimi sottolineati dalle già citate riprese di Eve e dai momenti in cui i protagonisti si scambiano messaggi sui Social Network o guardano video di giovani youtuber.

A emergere da tutto ciò è così un ritratto cinico e amaro di una società e, in particolare, di un’alta borghesia autoreferenziale e in pieno disfacimento morale, tra figli pigri e incapaci, perversioni sessuali, tradimenti coniugali e impari rapporti di classe.

Un quadro d’insieme che l’autore compone con la sua regia fredda, caustica e severa, costituita da lunghe inquadrature fisse e momenti morti, in quello che è uno stile sempre più frequente nel cinema europeo contemporaneo, dall’austriaco Seidl allo svedese Östlund.

Il risultato dell’operazione è complessivamente compatto ed efficace, anche se meno incisivo e travolgente di altri lavori di Haneke. Questo non solo perché il film ha qualche lungaggine di troppo e non raggiunge i picchi formali dei titoli precedenti, ma soprattutto in quanto si ha la sensazione che quello dell’autore austriaco sia ormai un cinismo un po’ prevedibile e ripetitivo, che proprio per questo non riesce più a colpire completamente lo spettatore, neanche quando si affronta la più stringente attualità. E non è quindi un caso che il prodotto sia stato accolto tiepidamente allo scorso Festival di Cannes, dove è stato presentato in concorso.

Con “Happy End” ci troviamo dunque di fronte a un Haneke minore e forse un po’ di maniera, ma comunque valido ed estremamente coerente con la sua idea di mondo e di cinema, e che va visto anche come opera-summa di una filmografia.

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